You may say I’m a dreamer. But I’m not the only one.

Ognuno di noi vive nel suo piccolo nucleo fatto di famiglia, amicizia, lavoro. A volte siamo talmente bravi a circondarci di gente simile a noi che dimentichiamo che il resto del mondo è differente e quando sbattiamo contro realtà che non ci appartengono reagiamo con diffidenza e ostilità. Oppure rimaniamo sbalorditi, messi di fronte a sentimenti e azioni che avevamo completamente escluso dal nostro campo d’azione. 

A me capita spesso di restare interdetta. Di scoprire che idee e valori che per me sono fondamentali, impastati nella mia coscienza, per altri non hanno importanza. Mi sconvolgono l’odio, l’ignoranza, la cecità. E non mi riferisco alle guerre che imperversano al di fuori del nostro paese, ma alla vita di tutti i giorni, qui, adesso.

Una caratteristica che mi rappresenta molto è l’empatia. Mettersi nei panni degli altri e cercare di capire il loro punto di vista, non giudicare ma conoscere e trovare un linguaggio comune. Non è una bella dote di questi tempi: toglie forza alle tue discussioni, ti carica di vincoli e premure, ti fa rivedere le tue posizioni. Quando sei gentile, quando sei premuroso, sei debole. Devi aggredire l’avversario, urlare più forte, magari parole senza senso, ma dimostrare di essere potente. Non fa per me.

In questi giorni ho letto due libri bellissimi, che vi consiglio di cuore di recuperare prima o poi:

The Help di Kathryn Stockett (2009) e Il buio oltre la siepe di Harper Lee (1960).

Nonostante la distanza di pubblicazione, il tema che li accomuna è il rispetto per il prossimo, per il diverso, prendendo come spunto la segregazione degli afroamericani negli Stati Uniti del Sud. 

Il buio oltre la siepe è ambientato negli anni ’30 e parla dell’infanzia della narratrice in una cittadina del sud dell’Alabama. La prima parte del libro ci descrive la vita quotidiana di Scout e Jem, figli dell’avvocato Atticus Finch. Pagina dopo pagina scopriamo le abitudini e la mentalità di una tipica città del sud, impariamo a conoscere i suoi abitanti, le sue regole e le sue contraddizioni. La narrazione scorre lenta e piana come mi immagino sia il Mississipi, fino ad arrivare a un gorgo, il processo in cui Atticus è avvocato difensore di un negro accusato di violenza su una bianca. Gli eventi incominciano a montare come le onde prima di una tempesta e vanno a schiaffeggiare violentemente le convinzioni e i principi dei protagonisti fino all’incredibile epilogo. La trama completa la trovate ovunque ma ci tengo a sottolineare la potenza di personaggi come Atticus, Scout e Jem, personaggi descritti a tutto tondo in un continuo evolversi nel tempo e in risposta agli avvenimenti. I valori che emergono da questo libro sono potenti. Insieme alla piccola Scout impariamo a non aver paura di chi non conosciamo (il buio oltre alla siepe) e a cercare di metterci nei panni degli altri per comprendere il loro punto di vista. In questo romanzo si insegnano l’importanza dell’onestà intellettuale e del rispetto del prossimo, al di là delle differenze caratteriali o razziali. Lo stile semplice, piano, quasi un romanzo per ragazzi, rende ancora più potente il messaggio dell’autrice, che nello stesso anno vinse il premio Pulitzer. 

The Help è un romanzo d’impianto decisamente più moderno. Ambientato negli anni 60 a Jackson, in Mississipi, racconta le vicende di alcune domestiche afroamericane che lavorano per le famiglie bianche della città. La narrazione è affidata a tre voci femminili: Skeeter, una ragazza bianca di buona famiglia a cui va stretto il ruolo femminile imposto dalla cultura del sud e con aspirazioni da scrittrice, Aibileen, una domestica di colore di mezza età che ha dedicato la sua vita all’educazione dei figli dei bianchi, e Minnie, un’altra domestica dal carattere irascibile e la lingua lunga. Le tre voci si alternano nella descrizione degli avvenimenti, riuscendo a darci tre punti di vista differenti sulla società dell’epoca, dominata da rigide regole di comportamento che imprigionano in una gabbia di ipocrisia e indifferente crudeltà donne bianche e nere. Sullo sfondo del racconto ci sono i discorsi di Martin Luther King, la lotta contro il segregazionismo e la pubblicazione di un libro scandaloso: Il buio oltre la siepe! La scrittura e la trama sono avvincenti e ho letteralmente divorato questo libro rimanendone molto scossa e sentendo poi l’esigenza di leggere il libro di Harper Lee.

Perché il tema del segregazionismo mi ha appassionato tanto da farmi piangere e indignare? Ci ho riflettuto in questi giorni ed ho trovato una risposta: perché nel 2014 non è ancora superato. Sicuramente ci sono più diritti per le minoranze ma l’uguaglianza resta un’utopia, soprattutto nel cuore delle persone. E la paura è che di razzismo ce ne sia anche nel mio. Perché non riesco ad accettare chi è completamente diverso da me, non lo frequento, non lo invito nella mia casa. Cerco il conforto di ciò che conosco senza mettermi in gioco. E mi chiedo se saprei fare la differenza come hanno fatto tutti i personaggi coraggiosi di questi libri o se al momento in cui mi fosse chiesto girerei la testa dall’altra parte. Perché è facile per me dire di rispettare le minoranze (etniche, religiose, di orientamento sessuale) finché si tratta di parole o di votazioni. Ma non sono mai stata messa alla prova. Spero solo di avere la sensibilità per non ferire mai nessuno. Perché l’empatia non sarà di moda di questi tempi, ma per me è una delle basi del vivere civile.

 

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Perchè l’Alaska?

Una volta deciso di sposarci, io e Mr Fog ci siamo trovati di fronte alla scelta per noi più importante: la destinazione del viaggio di nozze.

Immaginate di avere il mondo di fronte a voi. Tutto. E voi potete scegliere qualsiasi posto dove andare. Non ci sono limitazioni di tempo o di budget (più o meno…) ma avete un’unica opzione. Una sola cartuccia da sparare.

Dà le vertigini, vero?

Eppure tutti abbiamo un posto dove vorremmo andare più di tutti gli altri, una destinazione che ci affascina e rappresenta una destinazione mitica.

Per me è il Giappone.

Ma come? Direte voi, e l’Alaska che ci azzecca?

Come tutti saprete, nel marzo 2011 c’è stato il gravissimo episodio di Fukushima, con radiazioni che hanno interessato buona parte del Paese. Probabilmente visitarlo a giugno 2012 non avrebbe costituito un grosso problema per la salute ma per me si è rivelato un tabù impossibile da superare. Le motivazioni le conosco e fanno parte della mia storia ma non è questo il post adatto per esporle. Credetemi che erano abbastanza radicate da farmi desistere dall’affrontare il viaggio che da sempre sogno.

Si è posto quindi il problema di dove andare.

Requisiti indispensabili?

  1. Viaggio on the road. Non esiste che rimango ferma nello stesso posto per tre settimane, nemmeno fosse il paradiso.
  2. Libertà di movimento. Basta tour, voglio decidere del mio tempo.
  3. Meta insolita. Quella che fa strabuzzare gli occhi agli amici e dove nessuno o quasi andrebbe… almeno in viaggio di nozze.
  4. Verde. Sono chiusa tutto l’anno in ufficio. Ho bisogno di respirare, di ritrovare il contatto con la Terra, di sentire la Natura con tutta la sua forza. Senza arrivare necessariamente a terremoti ed eruzioni!
  5. Civiltà. Il mio lato ingegneristico necessita di essere blandito e stuzzicato. E poi del sano shopping  in dosi omeopatiche è propedeutico al buonumore.

Tenuto conto che entrambi siamo affezionati visitatori degli Stati Uniti e che avevamo già battuto la costa Ovest da Seattle a San Francisco, l’unica scelta possibile rimaneva una: the last frontier, l’Alaska!