Restiamo così quando ve ne andate – Cristò

Restiamo così quando ve ne andate è il terzo romanzo di Cristò che leggo. Prima sono venuti La meravigliosa lampada di Paolo Lunare, sempre per Terrarossa edizioni, e La carne, nella nuova edizione Neo.

Capita sempre infatti che quando incontro un autore che mi colpisce – per stile, per voce e per universo narrativo – con pazienza inizio a leggere tutte le sue opere, sperando di ritrovare e individuare quei caratteri che lo rendono unico e che rendono così speciale la sua lettura.

Non sono ancora sicura di aver compreso tutti gli ingredienti dell’incantesimo narrativo di Cristò, ma di certo so che è in grado di individuare quegli elementi che a un tratto, spesso all’improvviso, superano il confine letterario per arrivare dritti in qualche punto vitale dell’anima e farla vibrare.

E succede così che la lenta costruzione del personaggio di Francesco, che ci parla in prima persona nelle prime tre parti del libro (giorni, ore, mesi), ci tenga avvinghiati alla narrazione con spirali sempre più larghe che partono da uno di infiniti spinelli nella stanza delle esperienze estatiche e ipnotiche, da un uomo di quarant’anni che cerca di sfuggire alla disperazione di una vita che non ha deciso, distraendosi con hashish e social network. Il protagonista potrebbe sembrare il solito inetto alla vita, ma a poco a poco, tra le volute di fumo, si delinea un carattere integro, con una forte consapevolezza, schiacciato da un destino che lo sovrasta. Anche in questo romanzo di Cristò torna il tema politico, la sensibilità alla realtà attuale, che entra di sguincio e poi diventa elemento cardine della narrazione, senza manifesti ma con solo la forza dei suoi effetti sui personaggi.

Io non ho quasi più nulla di pulito: non sono puliti i miei vestiti, non è pulita la casa in cui vivo, non è pulito il cibo che mangio, non è pulito il sesso che faccio, non sono puliti i miei polmoni, non è pulita la musica che suono, non sono pulite le soluzioni che riesco a immaginare. Dovrei fare un bagno nella varechina e appendermi sui fili di ferro a far sgocciolare la sporcizia.

A fare da contrappunto alla voce di Francesco, c’è una prima persona plurale femminile, all’inizio indefinita e che poi prende sempre più spazio e forma, fino a occupare tutta la quarta parte, ridisegnando la storia che avevamo imparato a conoscere e che dà il titolo al romanzo.

Non possiamo fare altro che aspettare in silenzio quando ve ne andate. Non possiamo che tornare nel letargo della vostra assenza. Possiamo fare solo così. Sappiamo che non tornerete, ma anche che tra qualche tempo non ci ricorderemo più di voi.

Si tratta di una presenza costante, appena inquietante, dall’aspetto minaccioso ma con una tenerezza profonda, simile ai fantasmi e agli zombie di altre opere dell’autore. Mi chiedo così cosa sia davvero il fantasma per Cristò, questa presenza irreale che sa influire sulla realtà in maniera decisiva, questo elemento che ricorda il realismo magico, familiare eppure sconosciuto. Non credo sia solo un artificio narrativo, quanto una lente con cui guardare il mondo, agirlo e trovare nuove parole per descriverlo.

E le parole che usa Cristò sono sempre esatte, misurate, descrittive. La lettura scorre ritmata, veloce, a 87 battiti al minuto, appena più veloce di un sano battito cardiaco, come viene ripetuto più volte parlando dei ritmi della musica e dell’amore. Perché altri due temi fondamentali di questo romanzo sono la musica – Francesco è un pianista, un compositore, come lo è anche l’autore – e l’amore – di Francesco e Monica, Monica e Giulio, Francesco e Fatima. Cristò è bravissimo a scrivere di amori struggenti, complessi, impossibili per i tempi malaccordati, e ci innamora insieme ai suoi personaggi. La musica poi diventa nel corso del romanzo un elemento sempre più essenziale per il protagonista, ed è sempre bello quando uno scrittore riesce a metterla in parole (penso anche ad Andrea Tarabbia con Madrigale senza suono) e mi rendo conto una volta di più di quanta bravura ci voglia per far sentire a chi legge, per trasformare la complessità di una partitura in narrazione, cosa che a Cristò riesce benissimo.

Verso la fine Francesco ritorna alla sua ossessione che ci sia qualcuno che stia scrivendo la sua storia (un gioco metaletterario che ricorre più volte nel romanzo) e ne immagina i diversi finali. Tra i tanti, l’ultimo dice così:

Finale numero cinque: potrei fare l’amore con Fatima sempre più spesso, mandare all’aria tutti i progetti con Monica, chiudermi in casa a scrivere musica, a dare corpo alla Creatura. Sarebbe un finale prevedibile, sarebbe un finale bellissimo. Invece la verità è che continuo a stare inerte in questa casa fatta di stanze che continuo a battezzare con nuovi nomi, ma che era qui prima di Fatima, di Monica, di me e che ci sarà anche dopo tutti noi. Questa è una vita qualsiasi in una casa qualsiasi. Non fa bene e non fa male; questi fatti non sono buoni né cattivi. Qui le cose succedono e non c’è niente da fare.

Ma se volete sapere come finisce veramente il romanzo, dovete leggerlo.

Restiamo così quando ve ne andate (2018) di Cristò per Terrarossa Edizioni.

I gatti non hanno nome – suggestioni pop caraibiche

i gatti non hanno nome copertina

Per leggere I gatti non hanno nome di Rita Indiana (NN editore) ho preso in mano più volte il cellulare. La curiosità patologica è un difetto di difficile gestione e così, invece di leggere il libro tutto di un fiato, mi sono trovata a ripassare nozioni di geografia, guardare video musicali, scrivere brevi racconti in prima persona e farmi domande sulla Vita e l’Universo.

Il libro è uscito in febbraio e già trovate numerose recensioni in giro per la rete. Non le ho ancora lette e quindi non sono state loro a condurmi qui quanto un club del libro a cui non riesco a partecipare (booklab della libreria Limerick) e una copertina che mi affascina e inquieta ancora adesso.

Il primo approccio è stato una scarica di stimoli. La narrazione è in prima persona, quella di una ragazzetta adolescente che in maniera non lineare, attraverso piccoli episodi, riflessioni, ricordi e suggestioni musicali, ci racconta la sua estate nella clinica veterinaria dello zio Fin, la sua amicizia con l’haitiano Radames e la presa di coscienza della sua sessualità mentre il mondo attorno a lei prende sapore e sostanza.

Questa realtà caraibica è così luminosa da sembrare nera. Miseria e ricchezza si accompagnano, dominicani e haitiani dividono la stessa isola ma un destino diverso. I confini tra reale e magico, tra pazzia e sanità sono cancellati e riscritti nella polvere, e le parole di Rita Indiana sono sonore, in un linguaggio fresco e immaginifico che costruisce strati di suggestioni.

L’effetto è straniante: familiare eppure lontano, semplice ed estremamente complesso. Personaggi e situazioni che sembrano isolati, sbocciati dal caos e destinati a perdersi, acquistano peso e alla fine del libro ci troviamo di fronte a un’opera compiuta e conclusa.

La mamma di Zia Celia è morta qualche anno fa ed era una donna molto simile a sua figlia, con un cuore enorme ma di pietra, sul quale i nomi della gente cui si affezionava restavano incisi per sempre, ma tutti gli altri, me compresa, rimbalzavamo sul freddo granito con un rumorino di biglie rotte.

Da quando ho cominciato a lavorare qui ho visto di tutto. Boxer zoppi chiamati Windsor, husky siberiani con dermatiti acute, pappagalli il cui becco era stato divorato da una specie di fungo conosciuto solo in Tasmania, gatti d’angora che, dopo aver visto Il settimo sigillo di Bergman, hanno la mania di svegliare regolarmente i loro padroni alle tre e trentatré del mattino, terrier anoressici, collie in miniatura addestrati a marciare al ritmo della Patetica di Beethoven, chihuahua che si credono minotauri, rottweiler con complessi di colpa e scimmiette entrate di contrabbando grazie a un danese che portava le valigie a Janis Joplin. A volte i padroni dei pazienti stanno peggio dei loro animali e bisogna dargli un bicchier d’acqua a cantare una canzoncina. Zio Fin ne fischia una mentre visita i suoi pazienti e io credo sia più per calmare i padroni che le bestie.

Note sparse:

  • L’autrice, Rita Indiana, è un’artista eclettica: oltre ad essere scrittrice (Ruminantes, Ciencia succión, Papi e il nostro Nombres y animales) è anche leader di una band di merengue alternativo (Rita Indiana y los Misterios) che innesta sul tradizionale merengue dominicano sonorità elettroniche e rock. Qui un esempio dove vedete la nostra Rita in azione. Di sicuro un personaggio interessante e vulcanico.

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    Rita Indiana

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Joe Cruz

  • La copertina del libro è un’elaborazione di un’opera di Joe Cruz. Date un occhio ai suoi lavori, io li trovo molto interessanti, forti eppure semplici, molto evocativi. Una scelta in linea con lo stile di Rita Indiana.

 

  • Santo Domingo è la capitale della Repubblica Dominicana, uno stato che occupa due terzi dell’isola di Hispaniola Grandi Antille, mentre nelll’altro terzo c’è Haiti, uno dei paesi più poveri delle Americhe.