IT di Stephen King. Il mio primo incontro con il re.

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Ci voleva la forza di un gruppo, quello degli scratchreaders, per convincermi ad affrontare un autore come King, lontano dalle mie solite letture, non tanto per il genere quanto per la mole impressionante di pagine – milletrecentoquindici! (Era da Anna Karenina che non affrontavo un tomo di simile lunghezza ma almeno questa volta mi sono organizzata con il formato elettronico – e le spalle ringraziano.)

King, allo stesso tempo, ha disatteso e superato le mie aspettative: non mi ha fatto paura,  come temevo, e mi ha stupito per le sue abilità narrative. Durante la lettura non ho potuto fare a meno di ammirare la costruzione della trama: come le singole storie e i diversi eventi  si sono incastrati tra loro fino al finale, in un crescendo armonioso, facile da seguire. Mi sono trovata a notare stupita certe descrizioni, certi vezzi narrativi nei passaggi tra i paragrafi, nel disinvolto spostarsi nel tempo e nello spazio. Da ignorante lo consideravo uno scrittore più dozzinale, come troppi autori di successo abili nel tenere alta l’attenzione del lettore senza essere onesti con lui.

L’onestà dello scrittore è un bisogno mio, del tutto personale, che non so se sono in grado di spiegare: è un patto tra chi scrive e chi legge in cui tu, lettore, ti impegni a leggere il libro, mentre lo scrittore promette di mettere tutto se stesso in quello che scrive, di essere sincero nella finzione, senza trucchetti o colpi bassi, profondendo il massimo impegno, prosciugando le proprie forze intellettive ed emotive. Insomma, voglio sentire che quello che leggo è scritto per passione, non come esercizio manieristico o per portare a casa il risultato. King mi ha dato soddisfazione in questo.

In milletrecentoquindici pagine le cose scritte sono tante e mi hanno portato ad alcune riflessioni su argomenti diversi:

PAURA: come si evince già dopo le prime pagine, IT assume la forma delle paure più antiche ed elementari di chi viene aggredito. Proprio perché si tratta delle paure di altri, non le ho trovate così impressionanti. Le pagine che ho fatto più fatica a leggere sono state piuttosto quelle delle violenze reali, in primis quelle di Tom, marito di Beverly. Il rapporto tra Tom e Bev mi ha fatto gelare il sangue, nelle sue disumane crudeltà e normalità. Un ottimo trattato sulla violenza sulle donne – volendo – sia fisica che psicologica.

AMICIZIA: il circolo dei Perdenti è quello in cui tutti prima o poi ci siamo ritrovati. Un insieme di amici eterogeneo, isolato dall’esterno, unito dall’accettazione e comprensione, in cui ciascuno riveste un ruolo unico e fondamentale. Quando tutto e tutti ti girano le spalle, puoi sempre contare sui tuoi amici. Bill, Richie, Eddy, Ben, Stan, Bev e Mike sono sette ragazzini prima, sette adulti poi, che impariamo a conoscere ed amare capitolo dopo capitolo. I miei preferiti, che si sono contesi il podio durante la lettura, sono Ben, Richie ed Eddy. Il vecchio covone per tutto il libro, Eddy soprattutto nel finale.

Durante la lettura non ho potuto fare a meno di pensare ai ragazzini di Stranger Things, di Stand by me e dei Goonies e le facce di alcuni attori si sono proprio sovrapposte ai personaggi! A conferma che il mito dell’amicizia e dell’avventura è da sempre radicato in noi ragazzi anni Ottanta.

 

Attenzione, da qui in avanti ci sarà qualche SPOILER, non rovinatevi i colpi di scena se pensate di leggere il libro!

 

SESSO:  King inserisce a cadenza regolare scene di sesso e ammiccamenti sessuali, rigorosamente rivolti a un lettore maschio etero. Alcune le ho trovate ben descritte e funzionali alla trama, altre mi hanno lasciato molto perplessa, altre – soprattutto i capezzoli duri come chiodi di Bev – all’ennesima apparizione mi hanno anche stufato! Non so se sono io, ma li ho percepiti un po’ come un fanservice, della serie diamo il contentino al lettore per attizzarlo un po’ e farlo proseguire nella lettura. Sia chiaro, non sono contraria al sesso nei libri, anzi, ma è un elemento da dosare con maestria. La scena di sesso tra Bill e Bev in albergo l’ho trovata scritta benissimo: coinvolgente, originale e abbastanza realistica. Soprattutto funzionale alla trama e alla maggiore caratterizzazione dei personaggi.  Non mi ha convinto invece la soluzione trovata per ricompattare il gruppo di ragazzini perso nelle fogne dopo lo scontro finale con IT. Mi è sembrato forzato e anche se, probabilmente, l’intenzione dell’autore era quella di cementare ancora di più l’amore tra i ragazzi, a me è sembrato svilire il ruolo di Bev.

PERSONAGGI FEMMINILI: e qui mi chiedo, come viene rappresentato il femminile in It? Abbiamo tre personaggi principali: Beverly, Audra e It(! vi avevo avvertito dello spoiler), oltre a personaggi di contorno come l’amica di Beverly e la temibile madre di Eddy. Già scrivendo l’elenco mi rendo conto che questo immaginario femminile non mi ha entusiasmato… Sia Beverly sia Audra, nonostante le molte scelte coraggiose che fanno, hanno un fondo di debolezza che non me le fa amare. Esistono più in funzione delle loro relazioni che delle loro azioni e in un libro fatto di decisioni e atti definitivi questo le mette in secondo piano. L’idea poi di rappresentare il crudele It come femmina e madre l’ho trovato un coup de théatre potente come impatto ma disturbante: una forma aliena millenaria e pressochè immortale ha bisogno di un genere? Preferivo l’indeterminatezza dell’appellativo it, neutro, non classificabile e per questo ancora più spaventoso. Lo so, sono fastidiosamente femminista anche nel mio modo di leggere, portate pazienza 🙂

TARTARUGA: ci sono stati dei personaggi ricorrenti nel libro, tra allusioni e incursioni, che credevo avrebbero avuto un peso più determinante nella storia. Poi quando finalmente fanno la loro apparizione principale schiattano o si addormentano. Tipo la tartaruga appunto, o Tom che arriva a Derry e schiatta dopo aver minacciato di fare le peggio cose.

IL MALE: il male pervade la città di Derry, dove è ambientato il romanzo, riempie i vuoti lasciati dalla paura, dall’ignoranza, dall’egoismo. Il male si estende nella storia, si ripete ciclico e solo un sacrificio lo acquieta, fino al prossimo tributo di orrore. King aggiunge l’elemento magico, sovrannaturale, per descrivere un fenomeno che fa parte della nostra realtà. Il mondo dei grandi è corrotto, solo la fede di un animo ancora puro può sconfiggere il buio. E quando si cresce, mantenere questa fede, non lasciarsi sopraffare dalla natura crudele e malvagia dell’uomo, richiede un grosso sforzo che squassa la mente e lo spirito. Soli è impossibile vincere, possiamo provarci scegliendo di credere nell’amicizia.

CONCLUSIONI: It è molto distante dalle letture che faccio di solito e anche per questo motivo sono felice di averlo letto. Farlo con un gruppo di lettura, con delle scadenze programmate (che non ho molto rispettato), l’ha reso un’avventura ancora più piacevole e ricca. King ha confermato la sua fama di re della scrittura e penso che leggerò altri suoi libri, anche se credo che questo sia uno dei suoi capolavori, un intero mondo ricco di personaggi e di storie, mai banali e rese con un grande senso del ritmo. E voi, avete già fatto conoscenza del re?

 

…ogni credenza ha il suo rovescio. Se ci sono diecimila contadini medievali capaci di far esistere i vampiri con la forza della loro credulità, può essercene sempre uno, e probabilmente bambino, capace di immaginare il piolo con cui ucciderli. Ma un piolo non è che uno stupido pezzo di legno. La mente è invece la mazza con cui conficcarlo nel cuore.

 

N.B. Se volete leggere una recensione molto bella del libro, in cui sono riportati tutti i passi che mi ero sottolineata anche io e che approfondisce molti aspetti che io ho trascurato, vi consiglio di leggere qui.

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Cassandra al matrimonio di Dorothy Baker. Commedia nera nell’assolata California

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Uno dei primi libri letti in questo 2016, prima di riprendere possesso di questo blog, è stato Cassandra al matrimonio di Dorothy Baker.

Di solito scrivo subito le mie impressioni di lettura: la memoria non è uno dei miei punti forti e tendo a confondere e dimenticare quello che ho letto anche pochi giorni prima. Anche per questo mi piace scrivere qui delle mie letture, per avere l’impressione di trattenerne qualche frammento in più.

Ogni tanto Cassandra mi torna in mente: a volte sembra che i libri ti cerchino per dare voce a quello che stai vivendo. Cassandra è così: un uragano di parole che piomba nel salotto di casa, rovescia le sedie buone e ti lascia fradicia ma con un buon profumo di pioggia.

Quando la incontro Cassandra sta scrivendo la tesi nel suo appartamento a Berkeley, ma molla tutto per correre a casa, al ranch di famiglia, per il matrimonio di sua sorella. E’ lei che mi racconta tutto lungo la strada, in modo disordinato ma vivace. Un’energia nervosa la attraversa continuamente e mi tiene attaccata alle sue parole. Mi spiega di sua sorella, mi racconta dei suoi, della nonna e del loro piccolo mondo isolato. Sembra in gamba Cassandra ma ha qualcosa che le scava dentro, un malessere che male si accompagna al sole della California. Sua sorella Judith si sposa, l’altra sè, con qualcuno che non centra nulla con loro due. Ha rotto un patto silenzioso e Cassandra soffre. La sua intelligenza e la sua cultura sembrano quasi una condanna a sentire la vita in maniera più affilata, più tragica. Quando sono lì, con lei, tutto a un tratto precipita, il racconto di Cassandra si chiude e si apre quello di Judith. Il passaggio è straniante ma necessario. Il cambio di punto di vista si riflette anche nella narrazione: secca, precisa, concitata. Fino al finale.

Questo libro mi ha coinvolto tantissimo, è andato a toccare sentimenti e sensazioni a cui non ero riuscita a dare nome. Ho pianto tanto perchè ho visto in Cassandra una cara amica e mi sono resa conto della mia distanza, della mia incapacità di capire e della paura di questa malinconia che non riesci a curare e ti si attacca addosso. L’empatia è un pregio ma anche un grosso limite quando non riesci a far stare meglio l’altro e inizi a stare male tu. E’ imbarazzante, come se volessi spostare l’attenzione su di me, me ne vergogno.

Qualche giorno fa ho letto questo post della McMusa in cui si parlava anche dell’importanza delle copertine nella scelta del libro da acquistare: sicuramente la bellissima copertina dell’edizione Fazi ha contribuito alla scelta e la trovo perfettamente adatta al libro e alla sua protagonista: ogni volta che la guardo mi parla, e Cassandra con lei.

 

I gatti non hanno nome – suggestioni pop caraibiche

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Per leggere I gatti non hanno nome di Rita Indiana (NN editore) ho preso in mano più volte il cellulare. La curiosità patologica è un difetto di difficile gestione e così, invece di leggere il libro tutto di un fiato, mi sono trovata a ripassare nozioni di geografia, guardare video musicali, scrivere brevi racconti in prima persona e farmi domande sulla Vita e l’Universo.

Il libro è uscito in febbraio e già trovate numerose recensioni in giro per la rete. Non le ho ancora lette e quindi non sono state loro a condurmi qui quanto un club del libro a cui non riesco a partecipare (booklab della libreria Limerick) e una copertina che mi affascina e inquieta ancora adesso.

Il primo approccio è stato una scarica di stimoli. La narrazione è in prima persona, quella di una ragazzetta adolescente che in maniera non lineare, attraverso piccoli episodi, riflessioni, ricordi e suggestioni musicali, ci racconta la sua estate nella clinica veterinaria dello zio Fin, la sua amicizia con l’haitiano Radames e la presa di coscienza della sua sessualità mentre il mondo attorno a lei prende sapore e sostanza.

Questa realtà caraibica è così luminosa da sembrare nera. Miseria e ricchezza si accompagnano, dominicani e haitiani dividono la stessa isola ma un destino diverso. I confini tra reale e magico, tra pazzia e sanità sono cancellati e riscritti nella polvere, e le parole di Rita Indiana sono sonore, in un linguaggio fresco e immaginifico che costruisce strati di suggestioni.

L’effetto è straniante: familiare eppure lontano, semplice ed estremamente complesso. Personaggi e situazioni che sembrano isolati, sbocciati dal caos e destinati a perdersi, acquistano peso e alla fine del libro ci troviamo di fronte a un’opera compiuta e conclusa.

La mamma di Zia Celia è morta qualche anno fa ed era una donna molto simile a sua figlia, con un cuore enorme ma di pietra, sul quale i nomi della gente cui si affezionava restavano incisi per sempre, ma tutti gli altri, me compresa, rimbalzavamo sul freddo granito con un rumorino di biglie rotte.

Da quando ho cominciato a lavorare qui ho visto di tutto. Boxer zoppi chiamati Windsor, husky siberiani con dermatiti acute, pappagalli il cui becco era stato divorato da una specie di fungo conosciuto solo in Tasmania, gatti d’angora che, dopo aver visto Il settimo sigillo di Bergman, hanno la mania di svegliare regolarmente i loro padroni alle tre e trentatré del mattino, terrier anoressici, collie in miniatura addestrati a marciare al ritmo della Patetica di Beethoven, chihuahua che si credono minotauri, rottweiler con complessi di colpa e scimmiette entrate di contrabbando grazie a un danese che portava le valigie a Janis Joplin. A volte i padroni dei pazienti stanno peggio dei loro animali e bisogna dargli un bicchier d’acqua a cantare una canzoncina. Zio Fin ne fischia una mentre visita i suoi pazienti e io credo sia più per calmare i padroni che le bestie.

Note sparse:

  • L’autrice, Rita Indiana, è un’artista eclettica: oltre ad essere scrittrice (Ruminantes, Ciencia succión, Papi e il nostro Nombres y animales) è anche leader di una band di merengue alternativo (Rita Indiana y los Misterios) che innesta sul tradizionale merengue dominicano sonorità elettroniche e rock. Qui un esempio dove vedete la nostra Rita in azione. Di sicuro un personaggio interessante e vulcanico.

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    Rita Indiana

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Joe Cruz

  • La copertina del libro è un’elaborazione di un’opera di Joe Cruz. Date un occhio ai suoi lavori, io li trovo molto interessanti, forti eppure semplici, molto evocativi. Una scelta in linea con lo stile di Rita Indiana.

 

  • Santo Domingo è la capitale della Repubblica Dominicana, uno stato che occupa due terzi dell’isola di Hispaniola Grandi Antille, mentre nelll’altro terzo c’è Haiti, uno dei paesi più poveri delle Americhe.

Le vergini suicide di Jeffrey Eugenides – uno spunto brillante che insiste troppo su se stesso

Pubblicato nel 1993, “Le vergini suicide” è il romanzo d’esordio di Jeffrey Eugenides, famoso anche per “Middlesex” e “La trama del matrimonio”.

Il libro non mi ha entusiasmato: l’ho trovato ripetitivo e inutilmente lento, soprattutto dopo la prima metà. Peccato perché l’idea narrativa e il personaggio delle sorelle Lisbon sono davvero accattivanti e originali. Non per niente il film di Sofia Coppola “Il giardino delle vergini suicide” all’epoca mi era piaciuto molto, anche se nulla eguaglierà mai “Lost in translation”, uno dei miei film preferiti.

La narrazione di Eugenides è ricca di particolari, di allusioni, di termini forbiti ed espressioni bassamente colloquiali, crude descrizioni e immagini liriche, personaggi eterei che diventano improvvisamente prosaici. C’è molta abilità e molto compiacimento in questa scrittura, tanto da diventare quasi un esercizio di stile, a discapito a volte della trama, che ne risulta sfilacciata e indebolita.

Lo spunto narrativo è eccellente e credo sia alla base del successo che ha avuto il libro alla sua uscita. Una voce corale maschile ricorda i fatti avvenuti ventanni prima, in un quartiere residenziale cittadino della provincia americana, pulito, ordinato e banale nella sua quotidianità. A spezzare la monotonia del posto ci pensano le sorelle Lisbon: cinque angeli biondi che incarnano per i ragazzini loro coetanei l’ossessione del femminino. A volte entità indistinta, a volte personalità decisamente autonome, le sorelle infiammano la curiosità dei ragazzi, attratti eppure incapaci di avvicinarsi all’oggetto dei loro pensieri.

Fin dal titolo conosciamo il destino delle ragazze: nel giro di un anno si suicideranno tutte, lasciando interrogativi senza risposta e un senso di malessere e disagio che contaminerà tutto il quartiere. I ragazzi, la voce narrante, hanno rimuginato per anni sui fatti ma non sono riusciti ad arrivare ad altro che congetture senza riscontri. Un mistero che ha avvelenato la loro vita e li ha incatenati per sempre ai ricordi della giovinezza.

Anche la narrazione a poco a poco si fa più paludosa, invischiata nell’oppressione di casa Lisbon, ed è con un senso di sollievo che si chiude l’ultima pagina.