Antidoto all’apatia letteraria.

apatia letteraria

C’è una malattia che affligge gli accaniti lettori e che si ripropone a intervalli irregolari gettandoli nello sconforto: l’apatia letteraria.

I libri continuano ad accumularsi sulle mensole già sovraccariche e l’unico esercizio che il malato si permette è quello di prenderne uno in mano, sfogliare le prime pagine avidamente e poi, deluso, rimetterlo tra gli altri derelitti, in attesa di un colpo di fulmine che non vuole scoccare.

Il tempo che solitamente si contrae durante la lettura si espande. Il poveretto cerca sollievo alla noia scorrendo inutili schermate sul cellulare, abbruttendosi in attesa del sollievo del sonno.

La letargia è un effetto che spesso si accompagna a questo tipo di malattia: il paziente – che prima era in grado di dormire poche ore per notte pur di finire quel paragrafo! quel capitolo! quel libro! – si arrende miseramente al sonno pur di porre fine al tormento.

Alcuni sostituiscono l’ossessione per la lettura con quella per i telefilm e ingurgitano intere serie alla ricerca di quelle altre vite che prima potevano vivere leggendo. Oh che timido palliativo! Chi ha provato l’ebrezza della lettura difficilmente rimarrà soddisfatto da questa specie di amore mercenario.

Perché la lettura è una droga potente che acuisce i nostri sensi, li amplifica, li distorce.

Un libro ti cambia. Instilla un pensiero, un’idea, un sogno, una follia. Non siamo più gli stessi una volta finita la lettura, soprattutto durante la lettura.

Eppure l’apatia del lettore è sempre in agguato. Basta abbassare la guardia, scegliere un libro sbagliato, magari un altro, annegare i pensieri in un solitario sul cellulare, credere di non avere tempo a sufficienza quando prima leggevi mangiando, lavandoti, nei dieci minuti prima di rimetterti al lavoro. E credi di non poter più leggere. Di essere finito.

E poi.

E poi, disilluso, riprendi in mano per l’ennesima volta un libro – perché alla sensazione di toccarlo non hai ancora rinunciato – sfogli le pagine senza cercare e trovi. Trovi la parola, la frase, il concetto con la stessa frequenza del tuo spirito. Entri in risonanza con il libro che hai trovato (ti ha trovato?) e ricominci a vivere. Sapendo che sarà più intenso delle altre volte ma anche che il rischio di ricadute sarà più alto. Perché più si legge più si diventa esigenti, sempre più consapevoli di quello che vogliamo e meno disposti a compromessi.

Qual è l’antidoto miracoloso dunque? Semplicemente conoscersi ed ascoltarsi.

Ho imparato che ho bisogno di pause per assimilare i libri più complessi, che dopo gli sconvolgimenti dell’animo ho bisogno delle rassicuranti altalene emotive dei sentimenti.

Ho capito che se per qualche settimana invece di leggere straccio gli amici a candy crush soda, poi verranno giorni in cui mangerò libri come facevo da ragazza. E la mattina mi sveglierò con occhi più gonfi ma decisamente più luminosi.

 

Le affinità elettive

image

Ci sono alcuni romanzi che per anni occhieggio sugli scaffali della libreria, in un corteggiamento muto ed esitante, fatto di pagine sfogliate, brevi assaggi e rinunce.

Certi libri vanno letti al momento giusto, nella condizione d’animo più pertinente, altrimenti ci si imbatte in una ingiusta delusione.

Le affinità elettive di Goethe è uno di questi.

Acquistato alla fine delle superiori, mi ha accompagnato in due traslochi e in almeno in un paio di viaggi. Sempre con scarso successo.

Un paio di settimane fa, mentre esitavo sulla scelta della prossima lettura, momento terribile e divino insieme, ho deciso di buttarmi.

Non è stata una lettura agevole, costellata di numerose interruzioni che forse non mi hanno permesso di apprezzare appieno un romanzo così importante dell’Ottocento.

La trama è ai più nota: siamo in Germania, ambiente nobiliare, Carlotta ed Edoardo sono una coppia di sposi che accoglie nella sua dimora l’amico di lui, il Capitano, e la pupilla di lei, Ottilia, andando a guastare irrimediabilmente gli equilibri preesistenti. Prendendo a prestito dalla scienza il fenomeno chimico dell’affinità elettiva, Goethe lo applica ai rapporti umani: gli elementi affini, quando entrano in contatto, sono destinati a separarsi dagli elementi con cui erano uniti per creare un nuovo legame tra di loro.

Come i Dolori del giovane Werther, anche quest’opera di Goethe non mi ha appassionato. Mi infastidiscono la descrizione della passione esagerata, senza controllo, romantica (nell’accezione ottocentesca) di Edoardo, la quieta rassegnazione di Carlotta e del Capitano, l’eccesso spirituale di Ottilia. Non ho amato nessuno di questi personaggi. La loro visione dell’amore e della passione amorosa è troppo lontana dalla mia, ha un che di categorico ed adolescenziale che mi urta. I protagonisti sono schiavi della loro individualità, incapaci di trovare un dialogo o un compromesso. Come scrive lo stesso Goethe per bocca di Mittler, il mediatore, è più facile far ragionare le anime semplici che i nobili, troppo istruiti, troppo impregnati del bel mondo.

Le Affinità elettive sono ricche di temi e spunti: la dualità tra ragione e sentimento, tra uomo e natura, in un continuo tentativo di prevalere uno sull’altro; ci sono le bellissime descrizioni di paesaggi e degli interventi dell’uomo su di essi; analisi dei caratteri e della società.

E’ un romanzo complesso e affascinante, anche se certe pagine le ho trovate pedanti, ma il giudizio complessivo è buono. Il che mi fa un po’ ridere perché si tratta pur sempre di un classico e bisognerebbe forse approcciarlo con più istruzione, ma questa non è una recensione e io non sono un critico letterario. Scrivo solo alcune impressioni in maniera sciolta, per il piacere di parlare di letture, anche ostiche, cercando di evitare l’effetto tema in classe. Non sono più al liceo, per fortuna!

Ora mi resta da assaporare l’indecisione della prossima lettura. Che bello!

 

Nuovo post

L’ansia da prestazione dovrei averla ormai superata, eppure aspettare così tanto tempo tra un articolo e l’altro mi pone davanti al problema di come gestire il mio rientro in scena dopo un’assenza così lunga.

Facciamo allora che il filo che mi unisce a questo blog non si è mai spezzato, solo un gatto dispettoso ne ha nascosto un capo e io ogni tanto riesco a riacciuffarlo. Come ora.

Domenica scorsa è successo un piccolo miracolo.

Una resurrezione, per rimanere in tema pasquale.

Ho preso carta e matita e ho scritto. Non il romanzo che un giorno lontanissimo sogno di creare, ma tre semplici paginette. Piccoli racconti, poche righe, come le ninne nanna che invento per la mia bambina. E quelle righe sono per lei. Perché è il centro del mio amore e a volte penso di non essere mai stata così innamorata in vita mia. Per fortuna ci sono la fatica, gli imprevisti, i piccoli guai che mi tengono con i piedi per terra e mi mettono al riparo dall’invidia degli dei. Altrimenti sarebbero terribilmente invidiosi, ve lo assicuro.

E il miracolo della scrittura si ripete, oggi, nel momento in cui riprendo in mano questo blog, anche se non ho nulla di concreto da dire e troppe emozioni da scrivere.

Un bacio a chi passa, mettetelo in tasca, potrebbe servire.

 

Nuova vita

Una decina di giorni fa ho portato a termine il progetto di cui vi avevo accennato.

Nonostante qualche intoppo è andato tutto bene e ora è iniziata una nuova vita: la mia e quella della mia piccolina. In un solo momento sono nate una mamma e una bimba e ora è tutto un mondo nuovo da conoscere ed affrontare.

Non ho intenzione di diventare una mommy blogger che mette al centro del suo spazio virtuale i figli, ma non posso nemmeno ignorare questo nuovo cucciolo di casa che ha già conquistato il cuore dei suoi genitori, della gatta Alaska e di tutti gli amici e i parenti che come vogliono bene a noi, subito hanno accolto con tanto affetto la nostra piccola.

Le emozioni che mi riempiono il cuore sono tantissime, profonde e complesse. Su tutte regna la felicità di poter stringere una bimba tanto voluta. E sul viso, Mr Fog ed io, abbiamo una felicità profonda, oltre a qualche occhiaia, medaglia al valore di qualsiasi neo genitore.

Il mio parto è stato un po’ complicato ma ho trovato dei professionisti eccezionali che mi hanno condotto con sicurezza attraverso giorni difficili. Ringraziarli tutti di persona è impossibile, anche perché tra anestesie e antidolorifici la mia già scarsa lucidità si è data completamente alla macchia e nomi e volti si confondono.

Vorrei però ringraziare e lodare per la loro bravura, professionalità e profonda umanità:

– i chirurghi dott. Babbo (nomen omen!) e dott.ssa  Bogana (la dimostrazione che in un professionista possono convivere dolcezza e bravura);

– l’anestesista (di cui devo recuperare il nome!) e i suoi assistenti: il dottore mi è stato accanto per tutta l’operazione, mi ha tranquillizzato, si è preso cura di me e ha condiviso l’enorme emozione che ho provato;

– l’ostetrica Elena Bernardi che mi ha preparato per il cesareo e mi ha tranquillizzato nonostante il mio terrore degli aghi, del catetere e di qualsiasi strumento medicale;

– le ostetriche del nido che si sono prese cura con infinita dolcezza della mia bambina fin dal primo istante di vita, mi hanno insegnato le basi dell’allattamento, del bagnetto e del cambio del pannolino e hanno risposto a tutti i miei dubbi, permettendomi di essere più serena una volta a casa;

– le infermiere del reparto di Ostetricia e Ginecologia di Padova (Divisione) che mi hanno curato amorevolmente, sapendo quando spronarmi e prendermi in giro e quando consolarmi, dei veri angeli dal carattere forte e dal grande cuore e quasi tutte con la manina d’oro per iniezioni e prelievi;

– il personale delle pulizie e del servizio catering, sempre pronte a dispensare sorrisi e battute o muoversi silenziose quando c’era qualcuno sofferente in stanza;

Infine vorrei ringraziare le compagne di stanza che si sono alternate in sette giorni di degenza: Elisa, che con la sua forza e dolcezza mi ha dato fiducia sul decorso del cesareo e sulla possibilità di farcela anch’io; Susanna, brontolona e tenera, sempre disponibile nonostante il bimbo più affamato del reparto; Claudia, con cui ci siamo date il cambio in sala parto e che mi ha mostrato che si può essere fragili e ansiose eppure incredibilmente forti e decise e con cui ci siamo scambiate tante confidenze nelle lunghe ore immobilizzate a letto; Susan, che non conosceva una parola di italiano e mi ha costretto a rispolverare il mio inglese per farle da interprete con medici e infermiere; la dolcissima vicina di letto Gaelle, bella come una principessa e in grado di calmare in pochi secondi la mia bimba, solo prendendola in braccio; Stefania, la trentina amante degli animali, sempre sorridente e disponibile, nonostante le grandi preoccupazioni.

Non posso elencare tutti gli amici e familiari che ci sono stati vicini, che si sono preoccupati, informati e congratulati con noi, quelli che hanno già conosciuto la nuova arrivata e quelli che aspettano pazientemente il loro turno, quelli che ci hanno fatto arrivare i loro pensieri, riempiendoci la casa di teneri pacchetti e bigliettini ricolmi di affetto, quelli che non li vedi mai ma ci sono sempre nei momenti importanti.

Devo ringraziare però mia mamma, che mi è stata confidente, amica, sostegno e sprono per tutta la gravidanza e nei giorni successivi e mio marito, Mr Fog, che si è dimostrato il padre affettuoso e solido che ho sempre immaginato sarebbe stato e che mi è vicino come nessuno mai.

Ringrazio infine mia figlia, Cecilia, perché è un concentrato talmente potente di amore che mi basta sapere che c’è per essere perfettamente felice.

Alaska e Ceci