Conversazioni sul rapporto tra musica e scrittura

Passata l’euforia sanremese, in attesa della follia dell’Eurovision, c’è sempre spazio per ampliare il proprio sguardo sul panorama musicale, magari accompagnati dalle voci di ottimi scrittori.

Ognuno di noi ha la sua personale cultura musicale, legata ai propri gusti, certo, ma anche alle influenze ricevute negli anni: la famiglia, gli amici, gli amori; e poi le canzoni che hanno fatto da colonna sonora a eventi importanti della nostra vita, singolari o collettivi, o quelle che ci restano appiccicate addosso come un chewingum alla scarpa e non ce ne sappiamo più liberare.

C’è una memoria sonora in ognuno di noi, capace di entrare in connessione con una parte intima e sincera, magari contraddittoria e sfaccettata, e ci sono canzoni in grado di toccare punti della nostra anima e svegliarli dalla parestesia in cui erano precipitati, anche solo per i tre-quattro minuti di una traccia nelle cuffiette.

In questi giorni esce per Arcana editore Ti racconto una canzone, a cura di Massimiliano Nuzzolo, in collaborazione con Eleonora Serino. Si tratta di una raccolta di racconti scritti da una quarantina di autori diversi, tutti accomunati dal legame con una canzone specifica.

Scorrendo la lista degli autori (come faccio per ogni rivista letteraria o raccolta che mi capita tra le mani) ho riconosciuto tre scrittori – tre amici – con i quali mi sarebbe piaciuto approfondire su più fronti il rapporto tra scrittura e musica. È nata così l’idea di un’intervista qui sul blog (la prima!) a partire dall’analisi del loro racconto per poi dare vita a un confronto molto interessante, ricco di nuove suggestioni di lettura e di ascolto, e di nuovi spunti di riflessione sull’atto della scrittura.

In ordine del tutto casuale (che sia alfabetico è solo un caso, appunto), iniziamo da Gianluigi Bodi.

Per chi come me bazzica tra riviste letterarie e piccola-media editoria, Gianluigi Bodi è un’istituzione: credo abbia pubblicato con quasi tutte le riviste presenti e future, ha un blog molto apprezzato in cui da tempo immemore recensisce centinaia di romanzi all’anno (senzaudio), collabora con il Premio Comisso per individuare e intervistare i nuovi autori veneti ed è di una modestia imbarazzante ma profondamente sincera. Per Arcana ha scritto il racconto Child is my name, legato alla canzone omonima dei Kemopetrol, primo singolo del gruppo finlandese, uscita nel 1999.

(MF) In che momento hai deciso che avresti trasformato in racconto proprio questa canzone?

(GB) Child is my name ha avuto una genesi che parte da lontano. Ho scritto una prima versione di questo racconto nel 2000 con tutti i difetti che può avere un racconto scritto più di vent’anni fa. La prima versione era abbastanza ingenua a essere buoni. Quando Massimiliano Nuzzolo mi ha chiesto di contribuire alla raccolta ho scritto di getto un racconto basato su un’altra canzone, un’altra ossessione, ma era troppo lungo e non volevo tagliarlo perché mi sembrava di snaturarlo. Mi è tornato in mente Child is my name e ho deciso di riscriverlo senza rileggere la versione precedente e devo dire che sono molto felice del risultato.

(MF) Ogni autore ha i suoi scrittori di riferimento, ma qual è la musica che senti più vicina al tuo modo di scrivere? C’è un autore o un gruppo musicale che senti affine e se sì, coincide con la musica che ascolti più volentieri o sono due mondi musicali distinti?

(GB) Ho sempre ascoltato tanta musica fin da quando ero bambino, ma ovviamente i gusti sono cambiati con il passare degli anni. Non so dirti se ci sia un autore o un gruppo musicale che sento affine, ma di sicuro c’è un parallelismo tra un certo tipo di musica che ascolto, le sensazioni che questa musica provoca in me e la voglia di provocare le stesse sensazioni in chi legge le cose che scrivo. Si tratta di musica che oserei definire delicata nelle atmosfere, sussurrata più che gridata. Mi riferisco ai Koop, ai Thievery Corporation, agli Zero7 e al progetto Tosca. C’è qualcosa in questo genere di musica elettronica che riesce a smuovere la malinconia che è in me.

(MF) Quando scrivi ascolti musica? E trovi che influenzi più il tuo stato d’animo o il ritmo della pagina?

(GB) Dipende. Non ho una routine definita. Mi capita di ascoltare musica, ma di solito si tratta di pezzi che in qualche modo devono servire da sottofondo e isolarmi dal mondo esterno. Se mi metto a canticchiare la canzone che sto ascoltando allora significa che ho scelto male il tappeto sonoro. Però devo dire che il più delle volte scrivo senza sottofondo e credo che sia una cosa che ha a che fare con l’età e una certa difficoltà a tenere la concentrazione se distratto da stimoli esterni.

(MF) Il tuo racconto inizia al mare, ai bordi di una spiaggia assolata, ma è pervaso da un’intensa sensazione di struggimento, dal presentimento di una disperazione senza uscita che poi, nel corso della narrazione, trova il suo scioglimento. La canzone dei Kemopetrol ha tinte blu, sonorità elettroniche che portano alla notte, al freddo, eppure c’è lo stesso dolore sussurrato. Leggendo poi il loro testo le analogie diventano più evidenti: è bello il gioco di cercare le immagini che hai trattenuto e che si sono incardinate nel racconto. Spesso, quando leggo i testi delle canzoni, mi resta un senso di incompiutezza, di un accenno a qualcosa che non posso capire completamente. E lì resta spazio per la nostra immaginazione e i nostri sentimenti. È anche per te così?

(GB) Ogni canzone, o meglio, ogni buona canzone è, secondo me, prima di tutto un dialogo tra chi l’ha scritta e chi la ascolta e come in tutti i dialoghi che si rispettino è facile che qualche pezzo venga a mancare o che il messaggio venga mal interpretato. A me è sempre piaciuto quell’aspetto della musica che fa sì che la ricezione sia sempre personale, che ognuno di noi ami una canzone per i motivi più disparati. Se ci pensi anche quando leggi un racconto o un romanzo o una poesia c’è una parte di te che dice: non so se ho colto tutti i riferimenti ma quello che ho capito mi piace. E poi magari ti metti a parlare con qualcuno che ha letto lo stesso libro e quando ne parlate vi sembra di aver letto libri diversi. Quando una canzone mi resta dentro di solito significa che c’è qualcosa che mi ha colpito, qualcosa che può essere un’immagine, un determinato gioco sonoro, una strofa o magari l’energia o l’atmosfera che crea.

(MF) Mentre pensavo a questa intervista, mi chiedevo quanti e quali sono i romanzi recenti che hanno la musica come elemento portante della scrittura. Il primo che mi viene in mente è Madrigale senza suono di Andrea Tarabbia, vincitore del Campiello nel 2019, oltre al classico Alta fedeltà di Nick Hornby. Tu che leggi molto più di me hai in mente altri esempi?

(GB) Di norma non riesco mai a ricordare dei libri in base al tema che trattano. Hai presente quando qualcuno ti chiede di nominargli un libro che parla di insetti e tu al massimo riesci a tirare fuori dal cervello solo la Metamorfosi? Con la musica è la stessa cosa. Al di là dei due che citi tu e che ho letto anche io con molta soddisfazione, mi vengono in mente Beautiful Music di Michael Zadoorian uscito per Marcos Y Marcos che racconta la storia dell’educazione musicale di un bambino a cui muore il padre e Parli del diavolo di Michael Poore edito da E/O, un libro che dà un’immagine di Satana molto interessante. Ne avrò letti di sicuro altri e ce ne saranno molti altri lì fuori, ma al momento questi sono quelli che mi sono venuti in mente.

(MF) Mi regali una canzone di nicchia e una canzone ultra pop alle quali sei legato e che vorresti condividere con chi sta leggendo?

(GB) Per quel che riguarda la canzone ultra pop, pur non essendo sicuro che si possa definire tale, devo dire che sono molto legato a When I’m small dei Phantogram. Ormai la frase “Ho consumato il disco” non si può quasi più dire, ha perso gran parte del suo significato, ma se il gruppo ha guadagnato dagli streaming è anche merito mio. Non stiamo parlando di un capolavoro della musica mondiale, ma si tratta di una canzone che è arrivata al momento giusto e che mi rievoca ricordi molto belli, quelli di quando è nato mio figlio. Per trovare invece una canzone di nicchia bisognerebbe controllare il numero di streaming di ogni canzone che ascoltiamo perché quello che è di nicchia per noi potrebbe essere un successo esplosivo per una fetta di mercato ben definita. Ascolto sempre molto volentieri Bright Nights dei Koop. Si tratta di un pezzo elettronico, uno di quelli che mi trasmettono sensazioni profonde. Al momento ha poco più di 900 mila ascolti su Spotify, ma considerando che la metà saranno miei penso di poterla definire canzone di nicchia.

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Il secondo autore con il quale ho avuto piacere di discorrere – tanto – di musica è Edoardo Ghiglieno.

Edoardo Ghiglieno è uno scrittore ma soprattutto è un frequentatore assiduo di concerti, con un monte ore di ascolti musicali di gran lunga superiore alla media nazionale. Il suo racconto si intitola Perfect Blue Buildings e si ispira alla canzone omonima dei Counting Crows del 1993.

(MF) Come scrittore so che sei più abituato a confrontarti con la forma lunga del romanzo, eppure in questo racconto sei riuscito a condensare la storia di un uomo, schiacciato dalla vita e da incontri che lo hanno solo accompagnato nel suo destino, senza permettergli una deviazione salvifica. Il fatto di aver dovuto scegliere una sola canzone e concentrarsi su questa ti ha in qualche modo aiutato? E come?

(EG) È stata un’esperienza davvero piacevole, anche perché mi è stato chiesto di fare qualcosa che ho spesso desiderato: trasformare le sensazioni e le immagini che scaturiscono dall’ascolto di una canzone in qualcosa da raccontare. L’immaginario legato a questo brano poi, mi accompagna da molti anni ormai e nel tempo ha assunto le forme più diverse. Questa è l’ultima e prende le mosse da una frase che ricorre ogni volta prima del ritornello: “Help me stay awake, I’m falling…”. È storia di un uomo che è caduto troppe volte e si rende conto che non c’è più niente e nessuno che possa aiutarlo a restare in piedi.

(MF) Ho letto il tuo racconto ascoltando la canzone dei Counting Crows è la combinazione è stata letale: ho sentito distintamente sfilacciarsi a ogni paragrafo quel muscolo che chiamano cuore. C’è un certo tipo di musica che ci permette di avvicinarci di più al nucleo della nostra tristezza, di immergerci dentro e uscirne in qualche modo purificati, con un effetto catartico, e così succede a volte anche con la scrittura. Tu, oltre che scrittore, sei anche musicista: trovi che sussista questa analogia tra musica e scrittura? Hanno per te la stessa risonanza?

(EG) Trovo che questa analogia sia molto forte. Spesso, quando parlo di un autore di libri che ho amato e provo a trasmettere quello che provo, ricorro a questa immagine. Penso che la voce di uno scrittore, la sua capacità di raccontare una storia e i propri personaggi, possano produrre lo stesso fenomeno che scaturisce dalle onde sonore di una canzone che ci emoziona e ci commuove. È fisica: qualcosa che entra in assonanza con il nostro essere e produce una risonanza emotiva proprio come le canzoni e le melodie che amiamo di più.

(MF) Nel tuo racconto c’è una struttura con uno schema ricorrente, manca un ritornello ma per il resto ricorda molto la costruzione di un testo musicale. È una scelta voluta in partenza o il ritmo della musica ti ha portato a concepire il racconto in questo modo e poi hai solo assecondato questa direzione?

(EG) Ogni volta che scrivo qualcosa, un racconto o un capitolo di un romanzo, parto sempre da un’immagine, una visione, spesso improvvisa, che mi appare quando penso alla storia che voglio raccontare. Questo racconto è nato così e, una volta delineata la trama, sono arrivate le altre immagini. Non è stata una stesura lineare, ho scritto di quelle visioni e poi le ho montate legandole alla linea narrativa principale. Quindi sì, direi che hai proprio colto nel segno, sembra la genesi di una canzone.

(MF) Spesso i musicisti sono anche scrittori, abbiamo parlato molto insieme di Motel life di Willy Vlautin, hai in mente altri autori o romanzi intimamente legati alla musica?

(EG) Il primo autore che mi viene in mente è Nick Hornby e il suo romanzo Alta Fedeltà che ho adorato. Poi penso a Nickolas Butler e la sua Shotgun Lovesong, altro libro per me epocale, in cui il personaggio di Lee è ispirato dal cantante Justin Vernon (frontman dei Bon Iver) di cui lo scrittore è amico. C’è parecchia musica anche ne Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, romanzo strepitoso a cui è stato meritatamente assegnato il Pulitzer nel 2011. Chiudo con Cristò e il suo Restiamo Così Quando Ve Ne Andate, un romanzo bellissimo e struggente dove la musica è uno dei protagonisti principali.

(MF) Mi regali una canzone di nicchia e una canzone ultra pop alle quali sei legato e che vorresti condividere con chi sta leggendo?

(EG) La canzone ultrapop che scelgo è A Change Of Heart dei The 1975. L’ho scoperta per caso poco più di un anno fa e non sapevo niente di questo gruppo che ho appreso invece essere famosissimo in Italia e nel mondo. Perché mi piaccia così tanto non l’ho mai capito, ma penso che abbia a che fare con il discorso qui sopra sulla “fisica delle emozioni”. Pescare nelle mie nicchie è sempre interessante, ma non è per nulla facile fare delle scelte. Dico Red Sky Radio (Baby Baby Baby) dell’ultimo album degli Elbow. Questo brano è la summa di quello che amo di loro in termini di melodia, armonizzazione ed esecuzione. Loro sono dei musicisti meravigliosi e anche il testo, nella fattispecie, è molto bello ed evocativo.

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Il terzo e ultimo autore con cui ho avuto il piacere di confrontarmi è Carmelo Vetrano.

Carmelo Vetrano è un autore raffinato, dai gusti letterari e musicali mai banali. Suoi racconti sono comparsi su numerose riviste ed è prossimo all’esordio nella narrativa insieme a Laurana Editore. Per Arcana ha scritto il racconto Hawa, legato a Ode to sad disco di Mark Lanegan (2012).

(MF) Un aspetto interessante che è emerso anche solo dall’analisi di questi tre racconti, il tuo e quelli di Gianluigi Bodi e Edoardo Ghiglieno, è il modo personale e diverso con il quale avete interpretato la traccia suggerita dal curatore, Massimiliano Nuzzolo: ti racconto una canzone. Il tuo racconto in particolare mi ha stupito perché all’inizio hai trattato la canzone come un elemento narrativo concreto, quasi fisico: il verso A mountain of nails burn in your hands è ricopiato sullo zaino di uno dei personaggi, poi questa frase diventa sempre più importante, fino a esplodere nel finale. Ti chiedo, ti è venuto spontaneo trattare il tema così o prima avevi valutato altre interpretazioni?

(CV) Fin da subito ho pensato che non volevo parlare di una canzone, ma provare a farla sentire inserendola nel tessuto del racconto. Quando ho immaginato il personaggio di Hawa sapevo che quella canzone faceva parte della sua vita, ma non sapevo ancora in che modo sarebbe entrata nel testo; scrivendo si è chiarito tutto. Non ho valutato altre interpretazioni perché, una volta che ho iniziato a scrivere, canzone, personaggio e tema erano elementi ormai indissolubili tra di loro.

(MF) Ascoltando Ode to sad disco e leggendo il tuo racconto c’è un’apparente frizione tra l’ambientazione dimessa e il suono ricco, stratificato e distorto che accompagna la voce graffiante di Lanegan, eppure ho ritrovato l’esatta sensazione di epicità di quando mi trovo a camminare per la periferia urbana con la musica elettronica sparata nelle cuffiette: mi sono chiesta se sia mai capitato anche a Thomas (anche se confido più in Hewa) e tutto ha avuto più senso, i pezzi si sono incastrati in un puzzle diventato tridimensionale. Pensando all’atto della scrittura, la musica può diventare un’ulteriore occasione di osservazione della realtà? E aggiungendo una colonna sonora ai nostri personaggi ne aumentiamo la credibilità o è un procedimento rischioso?

(CV) Trovo normale che la musica entri in una narrazione perché fa parte della vita. Può essere usata come semplice dettaglio realistico, per dare profondità al contesto e alla storia o per essere la protagonista assoluta. Dovrebbe in ogni caso avere una coerenza con quello che si vuole raccontare, o con il vissuto del personaggio, e non essere usata solo come elemento decorativo. La canzone del mio racconto, più che come una colonna sonora, la vedo come un elemento distintivo del personaggio, come potrebbe esserlo un oggetto o un aspetto caratteriale. È un elemento che a un certo punto, però, supera questa condizione di partenza per diventare un ponte emozionale tra mamma e figlio, un ponte che li unisce e nello stesso tempo li condanna a un destino comune. Alla prima domanda ti rispondo invece dicendo che hai ragione a parlare di un’apparente frizione tra ambientazione e suono, ma per me quella frizione è già dentro la canzone: al suono ricco e pieno di cui parli, si accosta una voce graffiata, scavata, che riflette l’oscillare tra vuoto e pieno dello stato d’animo dei due personaggi.

(MF) Nel tuo racconto ci sono molti dettagli accennati e non spiegati, che contribuiscono a dare profondità alla narrazione senza rallentare la storia. È un aspetto che si ritrova spesso nei testi musicali e che unito alle suggestioni della musica contribuisce a creare un’interpretazione personale dell’ascolto. Per te quanto è importante il testo di una canzone? E ha senso valutarlo disgiunto dalla parte musicale?

(CV) Per me musica e testo di una canzone sono un blocco unico, si influenzano a vicenda caricandosi di intensità e significati che da soli non potrebbero avere. Mi interessa poco fare la radiografia di una canzone, sapere come nasce, o smontarla; mi interessa invece quello che l’artista ha deciso di far uscire dalla sua testa/laboratorio per farcelo ascoltare (tra l’altro, potrebbe anche decidere di far nascere un blocco di sola musica o di sole parole). Comunque, a volte ho provato a separare il testo dalla parte musicale, e spesso mi ha deluso: è come voler separare le stelle dalla notte.

(MF) C’è un’analogia che puoi riconoscere tra la musica che ascolti e il tuo stile di scrittura? Ci sono artisti che più di altri influenzano il tuo modo di narrare?

(CV) Mi è sempre piaciuta l’idea di farmi influenzare dalla musica che ascolto, provare a trasferire sulla pagina ritmo ed energia di una canzone, o di un gruppo che amo, ma è un processo che razionalmente non sono mai riuscito a fare; se in quello che scrivo ci sono influenze musicali sono inconsapevoli. Credo comunque che gli ascolti trovino lo stesso una loro strada per arrivare sulla pagina, ma che lo facciano prendendosi del tempo per farsi metabolizzare, scomparire nelle cellule della nostra mente e riemergere attraverso un’altra forma di vita. Non per forza la musica che si ascolta in un certo periodo influenza quello che si sta scrivendo in quel momento; magari lo farà a distanza di mesi o di anni.

(MF) Mi regali una canzone di nicchia e una canzone ultra pop alle quali sei legato e che vorresti condividere con chi sta leggendo?

(CV) Dare avere, Marco Parente. Walk this way, Run DMC.

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I tre racconti citati li potete trovare nella raccolta Ti racconto una canzone A.A.V.V. a cura di Massimiliano Nuzzolo, in collaborazione con Eleonora Serino, uscito a febbraio 2022 per Arcana editore.

Austerlitz di W.G. Sebald

Il romanzo di Sebald si inserisce nell’ambito della letteratura della memoria. Memoria come ricordo, rapporto con il passato, definizione della nostra identità. Memoria di un grande trauma collettivo come lo è stato la persecuzione degli ebrei.

Ho affrontato la lettura di Austerlitz perché ne avevo trovate ampie tracce nel romanzo Pensa il risveglio di Alessandro Cinquegrani (vedi i riferimenti qui) mentre il nome di Sebald e l’importanza della sua opera nel panorama della letteratura tedesca e europea mi erano stati più volte accennati da due grandi spacciatori di libri belli, Andrea Siviero e Paolo Zardi. Quando è stato il momento di scegliere la prima lettura del 2022 non ho avuto dubbi, nonostante sia una scelta a cui tendo a dare un peso specifico notevole, come se fosse l’indicatore di una rotta da seguire.

Ho iniziato questo romanzo consapevole della sua importanza, ma del tutto ignorante del resto. Ho lasciato che fosse Sebald a parlarmi attraverso le sue pagine, libera da sovrastrutture interpretative, e mi sono trovata immersa in un flusso di parole e immagini che mi ha trasportato attraverso mezza Europa, avanti e indietro nel tempo, tra architetture imponenti e riflessioni sempre più stringenti.

Se all’inizio mi sono lasciata sedurre dalla prosa, procedendo nella lettura ho capito che Sebald stava costruendo un’imponente fortificazione – fondazioni, torri, muri portanti, archi, contrafforti – per sostenere il peso del peccato originale tedesco: l’aver permesso al male di flagellare l’Europa.

I temi della seconda guerra mondiale, del nazismo e della repressione ebraica mi hanno sempre impressionato profondamente. Difficilmente riesco a vedere film sull’argomento, i musei che ho visitato in passato mi hanno sempre turbato profondamente ed è solo attraverso i libri che riesco ad approcciarmi all’argomento, per l’impressione di poter assimilare l’orrore lentamente, senza possibilità di volgere altrove lo sguardo, con una consapevolezza sempre parziale ma intima e sofferta. Il male organizzato, deciso a tavolino, banalizzato nella sua ripetizione quotidiana, non più atto straordinario ma ordinario, credo siano questi tra gli aspetti che più mi inorridiscono, la volontà del male più che il modo (orribile) in cui è stato inflitto.

Negli anni ho accumulato diverse letture sull’argomento: Se questo è un uomo di Primo Levi, La notte di Elie Wiesel, La zona d’interesse di Martin Amis, Le assaggiatrici di Rosella Postorino. Alcune scritte dalla parte degli oppressi, altre da quella degli oppressori.

Sebald nasce dalla parte degli oppressori: è tedesco, suo padre si arruolò nel 1929 nella Reichswehr e rimase nella Wehrmacht sotto i nazisti (fonte wikipedia). Cosa può significare per un uomo avere tali radici? Come ci si può rapportare senza ricorrere alla rimozione o alla negazione? Sebald ci ha provato con la scrittura.

In Austerlitz la voce narrante è quella dell’autore che apre il romanzo ricordando una sua visita in Belgio ad Anversa nella seconda metà degli anni Sessanta. Già dalle prime pagine avvertiamo un senso di malessere che si acuisce nella visita al Nocturama, una sezione dello zoo locale in cui gli animali vivono in una notte artificiale e, nella penombra, fissano con i loro grandi occhi i visitatori. Nel ricordo del narratore, il Nocturama si sovrappone alla sala d’attesa della stazione ferroviaria di Anversa, la Centraal Station, dove farà il suo primo incontro con il vero protagonista del romanzo, l’architetto Austerlitz.

Già nelle prime pagine appaiono alcuni dei temi portanti del romanzo: il ricordo, la sua attendibilità e il nostro rapporto con esso; la luce, spesso negata, sempre significativa; l’oppressione e l’esclusione di un gruppo; l’architettura pubblica, grandiosa e opprimente, dalle enormi cupole che si succederanno nel corso della narrazione e, naturalmente, viene introdotta la figura di Austerlitz.

Come gli animali del Nocturama, tra i quali le razze nane erano sorprendentemente numerose – minuscole volpi del deserto, lepri saltatrici, criceti -, anche quei viaggiatori mi parevano in qualche modo rimpiccioliti, forse a causa del soffitto eccezionalmente alto, forse per l’oscurità che andava sempre più crescendo, e suppongo di essere stato sfiorato per questo dal pensiero, in sé assurdo, che si trattasse degli ultimi rappresentanti di un popolo in via d’estinzione, cacciato dalla sua patria o scomparso; ultimi rappresentanti che, solo per il fatto di essere gli unici sopravvissuti, avevano la stessa espressione afflitta degli animali allo zoo. – Tra le persone in attesa nella Salle des pas perdus c’era Austerlitz, un uomo che allora, nel ’67, aveva un aspetto quasi giovanile, con i capelli biondi singolarmente ondulati, come li ho visti soltanto all’eroe germanico Siegfried nel film di Lang sui Nibelunghi. Non diversamente da tutti i nostri successivi incontri, anche quella volta ad Anversa Austerlitz portava calzature pesanti, una sorta di pantaloni da lavoro in tela blu sbiadita e una giacca di buon taglio, ma completamente fuori moda, e – a parte l’aspetto esteriore – si distingueva dagli altri viaggiatori anche perché era l’unico a non guardare fisso nel vuoto con le mani in mano, tutto preso com’era dalla stesura di appunti e schizzi che avevano di certo un qualche nesso con quella sala sfarzosa in cui sedevamo entrambi – sala a mio avviso più adatta alle cerimonie ufficiali che non all’attesa della prima coincidenza per Parigi o Ostenda -, perché, nei momenti in cui non era impegnato a scrivere, il suo sguardo restava spesso e a lungo posato sulla fuga di finestre, sui pilastri scanalati o su altri aspetti e dettagli di quella parte dell’edificio.

A questo primo incontro tra i due ne seguiranno altri. All’inizio ad Anversa, in quelle che Austerlitz avrebbe poi chiamato conversazioni «anversane», relative soprattutto a questioni di storia dell’architettura che mettono in luce le sue eccezionali conoscenze specialistiche; in seguito a Londra e infine a Parigi.

All’inizio Austerlitz ci appare come un erudito un po’ eccentrico ma, procedendo lungo la narrazione, si intravvedono crepe sempre più significative, dalle quali filtra un malessere a tratti invalidante, un dolore che percorre tutta la storia degli uomini e di quell’uomo in particolare. Verremo così a conoscere, attraverso la voce del narratore che ci riporta i racconti di Austerlitz, la storia di questo personaggio, dall’infanzia in Galles presso la famiglia di un pastore alla quale è stato affidato, agli studi presso un collegio dove stringerà importanti amicizie con il professore Hilary e il compagno più giovane Gerald Fitzpatrick e scoprirà un segreto sul suo passato talmente sconvolgente da negarlo e affondarlo nella parte più nascosta di sé. Ma quello che con la ragione e la paura teniamo rinchiuso, prima o poi cerca di farsi strada, e numerosi malesseri, sfociati in veri e propri attacchi di panico, costringeranno Austerlitz ad affrontare la ricerca del suo passato, con la stessa cura rigorosa che aveva fino a prima dedicato ai suoi studi.

La scrittura di Sebald procede come un unico flusso continuo per tutto il romanzo, costruita con periodi ampi e numerosi incisi e digressioni, senza il sostegno di capitoli o pause, ma punteggiata da numerose fotografie in bianco e nero che fanno da contrappunto alla narrazione, da frasi in altre lingue – inglese, francese, belga, slovacco – da elenchi e descrizioni erudite. La meraviglia è che tutti questi elementi sono tenuti insieme da una voce avvolgente, ipnotica, dal respiro musicale, alla quale è facile abbandonarsi senza paura di perdere il cammino, sicuri che al momento giusto arriverà l’inciso che riorienta le coordinate.

L’incredibile erudizione di Austerlitz, che non si limita all’architettura ma si estende alla botanica, alla conoscenza delle lingue, alla geografia, alla pittura, ha un punto cieco in tutto ciò che riguarda il popolo tedesco.

Mai in vita mia avevo messo piede sul suolo tedesco, avevo sempre evitato di acquisire anche solo la minima nozione in merito alla topografia tedesca, alla storia tedesca o alle attuali condizioni di vita dei Tedeschi, e perciò la Germania, disse Austerlitz, era per me il paese più sconosciuto di tutti, addirittura più estraneo dell’Afghanistan o del Paraguay. 

Quello che ci viene presentato come un freddo professore, distante dalle passioni umane, è divorato all’interno dalla fascinazione per i morti, i cimiteri, il tempo e, somma di tutto, la memoria. Sebald tratteggia un personaggio che cerca con la ragione di proteggersi dalla vita, ma non può derogare dalla propria umanità, dagli affetti che comunque intreccia negli anni, dalla tenerezza che emerge sempre nell’accenno alle donne che ha amato: Adela, la giovane vedova madre di Gerald Fitzpatrick; Vera, la donna che lo aveva accudito nella prima infanzia; Agata, la madre bellissima, cantante d’opera; Marie, la collega studiosa che lo accudisce a Parigi.

C’è un momento in cui Austerlitz parla di Adela, dopo che ha riaccompagnato l’amico alla stazione in seguito al doppio funerale che li ha riuniti, e che ho trovato di una grande delicatezza, un primo momento di tenerezza che mi ha sorpreso:

 Quando tornai indietro – stava già scendendo la sera, disse Austerlitz, e nell’aria era sospesa, apparentemente senza cadere, una pioggerellina finissima -, mi venne incontro dal fondo nebbioso del giardino Adela, tutta avvolta in panni di lana verde muschio, sul cui bordo finemente increspato milioni di minuscole goccioline d’acqua creavano intorno alla sua figura una sorta di argenteo luccichio. Nella piega del braccio destro Adela portava un grosso mazzo di crisantemi color ruggine. Attraversammo insieme il cortile senza scambiare una parola e ci fermammo sulla soglia: ella sollevò allora la mano libera e mi ravviò i capelli sulla fronte, quasi sapesse che quell’unico gesto le dava il privilegio di essere ricordata. Sì, disse Austerlitz, io la rivedo ancora; e per me Adela è rimasta sempre così, bella com’era a quel tempo. 

O come quando fa raccontare a Vera il commiato da Agata, alla quale era stato impedito per lungo tempo di visitare i luoghi amati, consapevoli che non si vedranno più:

Dopo poco Agáta mi pregò di lasciarla. Al momento dell’addio mi abbracciò e mi disse: Laggiù c’è il parco Stromovka. Andresti qualche volta a fare una passeggiata per me? Un luogo così bello, che mi è sempre stato tanto caro. Magari, se guardi nell’acqua scura degli stagni, chissà che in una bella giornata tu non veda il mio volto.

Austerlitz sembra però negarsi la possibilità di avere rapporti con altre persone, convinto di essere inabile alla vita.

Se in generale qualcosa mi legava ancora agli uomini, erano in definitiva soltanto certe forme di cortesia, da me addirittura esasperate, il cui fine – come oggi so, disse Austerlitz – era non l’omaggio all’interlocutore del momento, ma la possibilità di sottrarmi alla consapevolezza di essere sempre vissuto – per quanto indietro riuscissi a risalire con il pensiero – in uno stato di assoluta disperazione.

Nel romanzo di Sebald quasi a ogni pagina ho trovato un qualcosa che mi ha toccato e il mio ebook è pieno di sottolineature. Tra le innumerevoli mi ha colpito quando Austerlitz racconta del suo progetto di scrittura, della fatica e della repulsione che sperimenta per ciò che ha scritto e che finirà per seppellire in giardino, disgustato.

Ma quanti più sforzi dedicavo, mese dopo mese, a questo progetto, tanto più scarsi mi apparivano i risultati, e tanto più venivo colto da un senso di repulsione e disgusto se solo aprivo le cartelle e mi mettevo a sfogliare le innumerevoli pagine da me scritte nel corso del tempo, disse Austerlitz. Eppure leggere e scrivere erano sempre state le sue occupazioni preferite. Come mi piaceva, disse Austerlitz, starmene seduto in compagnia di un libro fino a sera inoltrata, finché non riuscivo più a decifrare una sola parola e i pensieri incominciavano a girare in cerchio, e come mi sentivo al sicuro quando, nella mia casa avvolta dalle tenebre, sedevo alla scrivania e non dovevo far altro che guardare, al chiarore della lampada, la punta della matita in atto di seguire, quasi da sola e con assoluta fedeltà, la propria ombra che scivolava regolarmente da sinistra a destra e dall’alto in basso sul foglio a righe. Ora invece la scrittura mi risultava un peso tale, che spesso era necessario un giorno intero per una sola frase, e avevo appena finito di buttar giù una di queste frasi imbastite con tanta fatica, che subito si manifestava la penosa erroneità delle mie costruzioni e l’inadeguatezza di tutte le parole da me impiegate. Se nondimeno, per una sorta di autoinganno, riuscivo talvolta a ritenere adempiuto il mio penso giornaliero, la mattina dopo, al primo sguardo gettato sul foglio, vedevo immancabilmente venirmi incontro errori, incongruenze e abbagli della peggior specie. Poco o molto che fosse quanto avevo scritto, non appena cominciavo a leggerlo, mi pareva sempre sbagliato da cima a fondo, sicché dovevo cancellarlo subito e riprendere dall’inizio. Presto mi risultò impossibile azzardare il primo passo.

Mentre leggevo e ora, mentre scrivo queste mie impressioni, mi accorgo che sono infiniti gli spunti che ho trovato tra le pagine, e quando mi domando cosa rende un romanzo un’opera eccezionale penso che sia nella sua capacità di parlare alla nostra anima e alla nostra intelligenza, prendendosi cura di entrambe.

Non so se Sebald assurgerà tra i miei autori preferiti, l’ho appena incontrato, di sicuro Austerlitz è appena diventato uno dei miei libri più amati.

Austerlitz (2001) di W.G. Sebald (1944-2001). Adelphi editore, 2002.

Nebbia di pianura

La nebbia si è fermata a mezz’aria, simile a una nube umida e pesante, incerta se fermarsi sopra le cime degli alberi o scendere ad abbracciare i campi. Sai già che oltre la linea dei colli il sole splende freddo a illuminare il mare della pianura, mentre qui, sotto, resta un buio grigio e ostile, così diverso dalla nebbia bianca e consistente delle ultime sere, simile a ovatta che va a riempire ogni interstizio, a gomma che cancella i lineamenti del paesaggio e ne modifica i suoni e gli odori.

La nebbia di oggi è alta e disperde desolazione sulle case di periferia. Mentre cammini con passo ostinato nel nuovo anno, le cuffie nelle orecchie, le mani in tasca, senti le particelle d’acqua attraversare i vestiti. Sei sola mentre lasci alle spalle il bar, la chiesa, il campo da calcio, e i passi ti portano attraverso gli ultimi campi, verso l’argine, verso l’acqua che sempre ti chiama.

Solo un paio di giorni fa guardavi un mare simile a un lago, le onde pigre allungate sulla lunga spiaggia, la piccola chiesa in punta illuminata dai raggi obliqui del sole, il cielo percorso senza sosta da nuvole lunghe e poi a ciuffi, di un azzurro polveroso che verso sera si è accesso di rosa e arancio, arrossendo insieme al mare.

Oggi invece sei scesa dall’argine, affondando nel tappeto di foglie morbide fino all’acqua stanca, alta, costretta tra arbusti spogli e pareti di erba grigia. La luce e l’acqua si raccontano antiche canzoni, senti la tristezza che afferra le caviglie, la fissi per un lungo istante e poi te ne allontani.

Un piccolissimo pettirosso saltella tra i rami bassi, il cuore di ruggine appena visibile; due scoiattoli grigi attraversano la strada a scatti; uno stormo di piccioni si alza insieme da un campo in completo silenzio o forse è solo la musica che copre ogni rumore, che detta il passo, che solleva il cuore.

Manca tra le case desolate il profumo del calicantus, le gemme stanno ancora strette sui rami, e ti perdi tra le strade chiuse e i capitelli votivi, l’argine lasciato alle spalle, in un quartiere di piccoli lotti con sgraziati condomini e piccole case dai giardini dimenticati, il selciato sconnesso, le murette storte.

Ogni tanto in un giardino resiste il rosso di un bocciolo di rosa, ogni profumo perso nello sforzo del colore. Le luci natalizie riposano spente in un mezzogiorno che sembra sera, decorazioni e vecchi fiocchi azzurri appassiscono nel silenzio, una donna su un balcone parla al telefono, in mano una sigaretta.

Ritrovi la strada di casa, tortuosa come una biscia lasciata libera in un campo, ti fermi al cimitero militare, attraversi la terra fangosa che risucchia il passo, cerchi ancora storie. Nel registro dei visitatori ci sono solo gli ultimi due mesi: Mestrino, Svizzera, Australia, Vicenza. Scorri i pensieri di chi si è fermato ma non lasci il tuo. Ci sono i nipoti di uno dei caduti, cerchi il suo nome nel registro del cimitero, trovi la sua tomba, ventiquattro anni, pilota della RAF, abbattuto in volo. Pensi al tempo, alle tue cure. Nessuna grandezza ma ancora vita. Torni a casa.

Ho letto un libro…

Anzi, ne ho letti molti di più: trentasei a oggi, più qualche inedito e svariati racconti. Sono tanti? Sono pochi? Dipende. Fosse per me ne vorrei leggere almeno uno a settimana, vorrei passare intere giornate immerse nella lettura, fino a dimenticarmi di tutto quello che c’è attorno. Per fortuna non sempre è possibile e la pila dei libri che vorrei leggere continua a superare quella dei libri letti.

Potrei fare una classifica di questi trentasei libri letti nel 2021, ma non mi piace metterli in competizione, confrontarli tra loro. Di molti ne ho parlato abbondantemente tra queste pagine, ben quindici, ma sfogliando la pagina delle letture del 2021 mi accorgo che alcuni li ho lasciati indietro anche se avrei voluto scrivere anche di loro.

Da lettrice, ci sono delle regole che senza accorgermene mi sono data, sulla falsa riga dei decaloghi di Rodari e di Pennac:

  1. non finire per forza un libro se non piace, ma sforzarsi almeno di leggere una decina di pagine prima di accantonarlo.
  2. ignorare qualsiasi pressione nella scelta della prossima lettura, ma farsi guidare solo dalla necessità del momento.
  3. non ci sono letture migliori di altre, almeno finché si legge per sé e non per dimostrare qualcosa a qualcuno.
  4. accettare i suggerimenti di lettura delle persone che stimiamo può aprire nuovi universi di piacere.
  5. parlare delle proprie letture fa parte dei piaceri stessi della lettura.
  6. ci sono libri rifugio e libri di esplorazione, abbiamo bisogno di entrambi.
  7. non giudicare un romanzo dal suo autore.
  8. non giudicare un romanzo dal suo genere.
  9. se non hai voglia di leggere, tornerà, come sempre.
  10. non è vero che hai troppi libri (almeno finché non devi organizzare un trasloco).

Credo di averle seguite tutte in quest’anno che si sta per chiudere e, mentre rileggo i titoli che ho scelto per accompagnarmi in questi mesi, rivivo parte del piacere che ho provato nella lettura. Perché, tra i tanti che ho, rimarrà sempre il mio vizio più grande, quello che mi ha segnato da sempre e che ancora mi indica la strada e non solo mi fa vivere tante vite che non sono la mia, ma soprattutto arricchisce questa, con nuovi incontri e nuovi legami, nuove esperienze e nuove sfide. Un filo che attraversa la trama della vita e promette ancora un futuro, fatto di infinite parole da comporre in infiniti mondi.