Gita al lago

Gita al lago

Lago parco etnografico RubanoIn un’antica ansa del Brenta, dove prima c’era una cava, oggi c’è un’oasi naturalistica. Un piccolo lago circondato da alti alberi, rifugio di numerosi uccelli, di qualche tartaruga e di chi cerca una natura addomesticata ma sempre affascinante.

Domenica, festa della mamma, mi sono regalata un paio di ore da sola. Ho preso la bici e ho raggiunto il Parco etnografico di Rubano, subito a ovest di Padova. In mente avevo proprio il lago e il periplo delle sue sponde. Un quarto delle rive ricade all’interno del parco, con tanto di sentieri in ghiaia e punti di osservazione, il resto è invece in proprietà privata e il sentiero si fa sempre più stretto fino a diventare una sottile lingua di terra visibile a tratti in mezzo alla vegetazione, esuberante in questa stagione. Ogni tanto si apre una radura, un accesso alle sponde, e quel rumore di foglie mosse può essere un uccello acquatico o un pescatore solitario.

Il lago occupa una superficie di circa 10 ettari e la passeggiata, tra foto e deviazioni, è durata una quarantina di minuti. Non molti ma sufficienti per ritornare a casa stanca e rilassata.

Le foto sono scattate con il cellulare e risentono della scarsa luminosità del crepuscolo ma sono appunti di viaggio più efficaci di tante descrizioni. Quello che non posso condividere è il profumo dolce e penetrante che si diffondeva nell’aria ancora calda di sole e il rumore della radiolina del vecchio turco sdraiato sulla riva.

Note informative

Il Parco etnografico di Rubano è gestito da un’associazione di cooperative sociali, è aperto tutta la settimana, fino a sera tardi, e oltre al lago offre numerosi servizi: la ricostruzione di un casone veneto, sede del museo etnografico; una fattoria didattica; orti sociali; area giochi per i bambini; un forno per il pane e un servizio di ristorazione a km zero. E’ servito da piste ciclabili e ha un vasto parcheggio. Il parco è molto grande e i sentieri sono facilmente percorribili con passeggini (non le rive private del lago).

Mappa parco

 

 

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Sole, vento e libertà

Colli Euganei e BacchiglioneLa primavera chiama, irresistibile e infida, e dopo due giorni di pioggia siamo andati a bagnarci di sole.

Piccola gita sotto casa, tra argini e campagne, con i Colli Euganei che emergono nitidi e vicinissimi tra campanili e alberi.

Sono le prime uscite in bicicletta con Cecilia, che ogni volta riesce a stare sveglia un poco più a lungo, in una mano un palloncino, l’altra fissa sul manubrio, gli occhi sgranati e la risata in bocca, una testina rotonda sotto il mio mento.

Lasciamo la Brentella e seguiamo le anse del Fiume Bacchiglione, le case si fanno più sparse, gli uccelli più rumorosi. Cecilia si addormenta e decidiamo di fermarci. C’è un ponte, ci sono bandierine rosse. E’ il 25 aprile, magari troveremo qualche sagra.

Ci avviciniamo a Selvazzano Dentro, e dietro l’angolo la sorpresa: ordinati in fila sotto il cielo terso ci sono un centinaio di mezzi militari storici, gli equipaggi in costume rilassati che chiacchierano e mangiano. E’ La colonna della libertà, una manifestazione storica rievocativa che tra sabato e lunedì ha attraversato i Comuni della Provincia di Padova, di Treviso e Venezia.

Emozionati, camminiamo tra jeep e moto, carri armati e mezzi anfibi, in un clima allegro e festoso dove accenti e lingue diverse si incontrano. Sembra di essere sul set di un film, ogni mezzo è curato nei più piccoli particolari, gli equipaggi sono in divisa, sono collezionisti, amatori, famiglie e gruppi di amici. Bambini e anche qualche cane, rigorosamente in vestiti d’epoca. C’è musica nell’aria, Cecilia si sveglia e ci guarda meravigliata, poi corre a raccogliere sorrisi e complimenti, si arrampica e gioca, felice della situazione imprevista. La festa della liberazione è anche questo e noi portiamo il nostro contributo di entusiasmo e sorrisi.

Scatto foto, scambio saluti mentre mio marito, appassionato modellista, scopre dettagli inediti sui vari mezzi, che lui conosce tutti per nome e modello. Io mi rammarico di non avere la reflex con me (al suo posto il cambio di pannolini) e scateno la mia indole nipponica con il cellulare. Un distinto signore in uniforme mi sorride e  mi da il volantino del Museo della seconda guerra mondiale del fiume Po, è uno dei suoi fondatori. Più in là un gruppo di ragazzi balla, una coppia si bacia e una mamma in divisa abbraccia il suo bambino. Forse è questa la gioia che si respirava in quei giorni, poco più di settantanni fa. Vorrei averlo chiesto ai miei nonni, per poterlo raccontare un giorno alla mia bimba. Ma non ci ho pensato. E ora cerco nel racconto di altri quella che è stata anche la storia della mia famiglia.

Parco faunistico Valcorba

Parco faunistico Valcorba

logo

In mezzo alle campagne della bassa padovana, a Stroppare di Pozzonovo, incastonato tra argini e campi, si trova il Parco faunistico Valcorba.

Aperto nel 2000, ospita numerose specie su una superficie molto ampia (200.000 mq), tra viali alberati, prati, specchi d’acqua, strutture in legno e pietra.

Ho piacere di scrivere qualche riga su questo posto perché mi ha colpito positivamente: molto lontano dall’idea di zoo, è più un rifugio dove proteggere, studiare e preservare alcune delle tante specie a rischio.

L’atmosfera è serena e gioiosa, gli animali sono protetti dai visitatori e hanno ampi spazi a disposizione. I viali larghi e ombreggiati invitano a fruire del parco con lentezza, certi di scoprire qualcosa di straordinario ad ogni angolo.

 

 

I bambini sono i padroni incontrastati: tutto è a loro misura, dai più piccini ai grandi. Non solo i servizi (bagni con fasciatoio, aree gioco con scivoli e altalene, caprette con cui interagire più direttamente, nessun pericolo lungo il percorso, tutta l’area accessibile con i passeggini) ma anche l’interazione con gli animali, i cartelli esplicativi semplici ma completi, la possibilità di conoscere tanti animali, di poterli osservare in un habitat il più possibile coerente al loro originario.

La curiosità è reciproca di fronte ai recinti: a volte il pensiero è che siamo noi visitatori una piacevole distrazione per gli ospiti del parco. O un gustoso bocconcino, visti gli sguardi languidi che qualche grosso felino ha lanciato a mia figlia.

E’ un parco che vale la pena di essere visitato. Noi ci siamo stati tutto il giorno, compresa pausa picnic, ma in un paio d’ore si può girare tutto. Fantastico con i bambini, piacevole senza, ottime possibilità di scattare foto interessanti (se non avete figli da rincorrere o appesi al braccio).

Il parco si mantiene da solo, non può ricevere sovvenzioni, quindi andate numerosi e magari potremmo incontrarci perché ho intenzione di tornarci presto.

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Il sito del parco è molto accurato e si trovano tutte le informazioni necessarie per organizzare una visita, oltre a tutto quello che volete sapere sugli animali ospitati.

 

 

 

La grande onda di Hokusai a Venezia

L’ultima volta che avevo tentato di vedere La grande onda di Hokusai era stato a New York nel 2001. Quando scoprii che era in magazzino per la rotazione programmata delle opere esposte mi misi a litigare con il responsabile di sala: una ragazzina italiana che con le lacrime agli occhi esprimeva in un inglese stentato tutto il suo sdegno per una scelta così scellerata. E avevano pure tutta la serie dei gadget allo shop del piano. Ipocriti! Me ne andai delusissima, sapendo che sarebbe passato molto tempo prima di poter ritornare nella Grande Mela.

Da quel giorno La grande onda è diventata per me un mito, epica e irraggiungibile, nonostante sapessi poco o nulla del suo autore e del significato potente che ha avuto nella storia dell’arte.

Quando qualche settimana fa ho scoperto che sarebbe stata esposta a Venezia mi sono ripromessa di non lasciarmela sfuggire. Per una volta che la montagna va a Maometto sarebbe stupido non andarle incontro, o sbaglio?

Se volete ammirarla anche voi avete tempo fino a domenica 3 novembre. La trovate esposta al Museo di Arte Orientale di Venezia, Sestiere S. Croce 2076. Il museo si trova al terzo piano a Ca’ Pesaro, insieme alla Galleria Internazionale di Arte Moderna. Il biglietto è unico e l’orario di visita è dalle 10.00 alle 18.00. Dalla stazione dista una quindicina di minuti a piedi, cercatevi Ca’ Pesaro su google maps, non è difficile da raggiungere.

ingresso Ca' Pesaro

ingresso Ca’ Pesaro

La visita della mostra e del museo vi prenderanno non più di due ore e avrete poi tutto il tempo di godervi un pomeriggio veneziano. Se andate di sabato, vi consiglio di mangiare al mercato del pesce, vicino al Ponte di Rialto. Con 8 euro vi daranno un piatto di frittura di pesce di giornata e un calice di prosecco. Delizioso!

Sazi e leggermente brilli lasciatevi perdere tra campi e calli. Per quanto sia una città turistica, Venezia sa mostrarci ogni volta nuovi piccoli tesori, basta affidarsi all’istinto e lasciare i percorsi segnati, ingombri di persone e cianfrusaglie.

Ricordatevi però di indossare un paio di scarpe comode perchè la Serenissima non perdona e vi vieto severamente di togliervi le calzature sul treno del ritorno!

Volete sapere qualcosa in più della mostra? Leggete qui. L’esposizione vera e propria occupa solo una stanza del museo e, sorpresa, la grande onda in realtà… è piccola, solo trenta centimetri di lato. La stessa sorpresa l’ho avuta quando ho visto La ragazza con l’orecchino di perla di Vermeer: è minuscola. Eppure la potenza che esprimono queste opere d’arte è straordinaria, un concentrato di energia.

La collezione permanente del Museo di Arte Orientale è veramente bella: sono rimasta affascinata dalla ricca collezione giapponese, una delle più importanti a livello europeo del periodo Edo. Armature da parata, spade, ceramiche, stampe, lacche, piccoli oggetti preziosi e raffinati.  C’erano almeno una decina di pezzi esposti che mi sarei portata volentieri a casa. Prossimi obiettivi? Acquistare un poster della grande onda da mettere in camera e trovare una riproduzione delle 36 vedute del monte Fuji di Hokusai: me ne sono innamorata. Come sempre quando si parla di Giappone.

frittura

Canale umidità veneziana parco ramo orsetti