Spirito romantico – sproloqui personali

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Quello che rende interessante un essere umano è la sua complessità: strati di idee, atteggiamenti, pulsioni e decisioni, il più delle volte in apparente contrasto tra di loro.

Quando provate a definirvi, siete in grado di farlo? Non parlo delle brillanti descrizioni sui social o delle presentazioni all’aperitivo di lavoro.

Se chiedete a voi stessi chi siete, cosa vi caratterizza, sapete procedere spediti? Avete un’etichetta con gli ingredienti elencati in ordine di quantità? E questi ingredienti cosa sono? Interessi, attività, aspetti caratteriali o altro?

Ogni tanto mi capita di riflettere su chi sono. Mi interrogo su quale sia il mio nucleo essenziale, oltre le oscillazioni del quotidiano.

Penso a un cioccolatino: un guscio di cioccolata amara, un ripieno più morbido, un cuore di mandorla di quelli da intaccarci i denti e infine una polpa tenera.

In quella polpa tenera – udite, udite – c’è l’amore. Che banalità. Ma l’amore non è mai banale, forse la sua descrizione, la sua rappresentazione. La mia polpa ricorda una boule de neige – le palle di neve – tutto è calmo e profondo ma basta la minima scossa dall’esterno ed è subito tormenta di neve.

Tutto questo per dire che, anche se non sempre lo do a vedere, sono uno spirito romantico. Da maneggiare con cura.

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Il passato che non passa ma ci si ferma accanto.

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Vivere il presente. Essere proiettati nel futuro.

Slogan che sento spesso ripetere ma che mi scivolano addosso.

Il passato è sempre accanto a me. A volte è una presenza confortante, altre una nostalgia, altre ancora il dolore di un’assenza.

I sentimenti non si superano, si sedimentano. Strato dopo strato costruisco nuove città, nuove vite, ma nulla è cancellato. Basta un niente e la memoria, quella che mi tradisce quotidianamente, che mi fa incespicare su parole dette mille volte o su numeri che si imbizzarriscono, quella memoria, quando vuole, ha una precisione maniacale.

La settimana scorsa ero dal fisioterapista e mentre scoprivo nuove forme di dolore fisico una canzone mi ha spezzato il cuore. Ne ho sentito il rumore, lo conosco ormai, e dagli occhi hanno iniziato a sgorgare lacrime. Mi sono ritrovata in autunno, lungo una via del centro, appena uscita dal cinema, il freddo, i cappotti, io aggrappata a mia madre e tutto il dolore trattenuto che voleva uscire a forza, strappato da un film che non sono più riuscita a vedere, da un brano che non posso più ascoltare senza sentirmi lacerata.

Come amerò sempre mio padre, così mi mancherà per sempre, anche se sono passati infiniti anni. E questo rimanere inchiodata in qualcosa che non si è mai compiuto, in un’assenza che è sempre stata presente, mi porta a vivere più negli anni che sono stati piuttosto che in quelli che sono. Il passato ha la certezza di non mutare, il presente è incerto. Forse è per quello che amo gli immutabili panorami, le antiche città, le eterne opere d’arte.

Ogni tanto, per fortuna, la nostalgia si fa meno forte, più dolce, e toglie il suo velo dallo sguardo sull’oggi.

Domani andrà meglio e un altro anniversario sarà passato.

Giornate un po’ così.

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Sono giornate più zoppicanti del solito, in cui mi perdo tra pensieri interrotti e sogni acerbi. Sono stanca, forse troppo, e me ne accorgo dalla memoria che vacilla, la concentrazione intermittente e le frasi sospese a metà.

Quando ti dicono che la salute è tutto, è vero. Senza, ogni cosa è più difficile. Sia che si tratti della tua che quella delle persone che hai vicino. Il dolore abbruttisce, innervosisce, fa saltare i depositi di pazienza attentamente accumulati. Mette in cuore un seme di rabbia che germoglia in frasi cattive, non volute. La sofferenza prende tutta la tua attenzione e dedicarsi agli altri è uno sforzo sempre più gravoso.

Eppure la sofferenza fa parte della natura umana, ci tocca dalla nascita e ci accompagna, con intermittenza, per tutta la vita. Quando si muore si smette di soffrire, dicono.

Ma a cosa serve soffrire? Vedo persone piegate nel fisico o nell’animo, dolori acuti o cronici, tutti a loro modo destabilizzanti. Da piccola mi ero data una risposta: ognuno di noi patisce solo il dolore che è in grado di sopportare e attraverso questo dolore ha l’occasione di elevarsi moralmente e spiritualmente.

Da piccola ero decisamente troppo seria. Oggi, sono troppo confusa per trovare una risposta. Mi godo il piacere di un cappuccino dopo mesi e sorrido di un’alba incantevole. Il dolore passerà, prima o poi, come sempre è stato. Per me e soprattutto per chi amo.

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Oggi è una giornata fredda e ventosa.

Il sole di ottobre cerca di scaldare le foglie e le mani, appena tremolanti.

Di solito il dieci ottobre piove. O c’è nebbia. Invece oggi il cielo ha solo qualche velatura.

E’ così anche per me.

E’ passato il tempo delle lacrime, il tempo del dolore sordo e cattivo che inquina il presente. La rabbia e il senso di ingiustizia.

Rimane una quieta nostalgia. Un filo di tristezza a volte più spesso, a volte più esile.

Si dice che il tempo curi ogni ferita. E’ il semplice sovrapporsi degli anni a sbiadire i sentimenti? O il merito è di chi resta, di quello che resta. Di chi arriva.

E’ passato il tempo delle lacrime. Vorrei lo fosse. Ma finché c’è il ricordo di un amore così grande, reso perfetto e indelebile da una chiusura netta e irrevocabile, il dolore saprà sempre trovare la sua strada, chiudere la gola e arrossare gli occhi. Un momento e poi verrà deglutito, riassorbito in una giornata simile alle altre.

Oggi splende il sole. Vorrei piovesse.