Spirito romantico – sproloqui personali

alberi

Quello che rende interessante un essere umano è la sua complessità: strati di idee, atteggiamenti, pulsioni e decisioni, il più delle volte in apparente contrasto tra di loro.

Quando provate a definirvi, siete in grado di farlo? Non parlo delle brillanti descrizioni sui social o delle presentazioni all’aperitivo di lavoro.

Se chiedete a voi stessi chi siete, cosa vi caratterizza, sapete procedere spediti? Avete un’etichetta con gli ingredienti elencati in ordine di quantità? E questi ingredienti cosa sono? Interessi, attività, aspetti caratteriali o altro?

Ogni tanto mi capita di riflettere su chi sono. Mi interrogo su quale sia il mio nucleo essenziale, oltre le oscillazioni del quotidiano.

Penso a un cioccolatino: un guscio di cioccolata amara, un ripieno più morbido, un cuore di mandorla di quelli da intaccarci i denti e infine una polpa tenera.

In quella polpa tenera – udite, udite – c’è l’amore. Che banalità. Ma l’amore non è mai banale, forse la sua descrizione, la sua rappresentazione. La mia polpa ricorda una boule de neige – le palle di neve – tutto è calmo e profondo ma basta la minima scossa dall’esterno ed è subito tormenta di neve.

Tutto questo per dire che, anche se non sempre lo do a vedere, sono uno spirito romantico. Da maneggiare con cura.

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Arrendersi all’età adulta e scoprire che è anche bellissimo.

paesaggi toscani Volterra

In queste settimane ho pensato tanto. Mi sono trovata di fronte a situazioni – contingenti ed emotive – che mi hanno costretto a fare bilanci estemporanei di vita, senza nemmeno aspettare la normale scadenza di fine anno, quando tutto è più semplice, inebriati dall’alcol e dagli zuccheri festivi.

Ho pensato tanto, ragionato, sentito con il cervello ma anche con il cuore e la pancia e il corpo. E tra le tante conclusioni a cui sono arrivata, mi sono resa conto di essere adulta.

E’ un piccolo trauma per chi, come noi generazione anni ottanta, è costretto in una continua rappresentazione di giovinezza, senza la possibilità sociale di crescere. L’età adulta è posticipata, spostata ogni decade sempre più avanti. Siamo tutti “ragazzi” ma abbiamo quasi quarantanni. Mi guardo allo specchio e non ci credo. Guardo i miei amici, cresciuti insieme a me, e li vedo uguali agli anni di università. Forse solo più consumati, più stanchi. Ma è il troppo lavoro, ci diciamo, e andiamo avanti. Lavoriamo troppo e quel poco che resta lo vogliamo vivere intensamente: sport, arte, viaggi, eventi. L’importante è non fermarsi. Chi si ferma è vecchio.

Ma non è così. L’inganno prima o poi si svela. Non capiamo più i veri giovani, i ragazzini. Il conto in farmacia sale, e non è per il mal di testa da dopo sbornia. La sera crolliamo esausti e non basta una buona notte di sonno per cancellare tutto. Cerchiamo conferme alla nostra giovinezza, ma sono sempre più scarse.

E allora? Possiamo consumarci nel mantenere un’età che più non ci appartiene, o rendere confortevole quella in cui abitiamo adesso. Esplorarla e apprezzarla. Smettere di mitizzare un passato che non era poi così favoloso e concentrarci su quello che siamo diventati. E se non ci piace, è solo colpa nostra. Forse è per quello che non vogliamo definirci adulti, perché non era come ce lo eravamo immaginati.

Per quanto mi riguarda è dura. Ma è bellissimo.

 

Il passato che non passa ma ci si ferma accanto.

passato-e-presente

Vivere il presente. Essere proiettati nel futuro.

Slogan che sento spesso ripetere ma che mi scivolano addosso.

Il passato è sempre accanto a me. A volte è una presenza confortante, altre una nostalgia, altre ancora il dolore di un’assenza.

I sentimenti non si superano, si sedimentano. Strato dopo strato costruisco nuove città, nuove vite, ma nulla è cancellato. Basta un niente e la memoria, quella che mi tradisce quotidianamente, che mi fa incespicare su parole dette mille volte o su numeri che si imbizzarriscono, quella memoria, quando vuole, ha una precisione maniacale.

La settimana scorsa ero dal fisioterapista e mentre scoprivo nuove forme di dolore fisico una canzone mi ha spezzato il cuore. Ne ho sentito il rumore, lo conosco ormai, e dagli occhi hanno iniziato a sgorgare lacrime. Mi sono ritrovata in autunno, lungo una via del centro, appena uscita dal cinema, il freddo, i cappotti, io aggrappata a mia madre e tutto il dolore trattenuto che voleva uscire a forza, strappato da un film che non sono più riuscita a vedere, da un brano che non posso più ascoltare senza sentirmi lacerata.

Come amerò sempre mio padre, così mi mancherà per sempre, anche se sono passati infiniti anni. E questo rimanere inchiodata in qualcosa che non si è mai compiuto, in un’assenza che è sempre stata presente, mi porta a vivere più negli anni che sono stati piuttosto che in quelli che sono. Il passato ha la certezza di non mutare, il presente è incerto. Forse è per quello che amo gli immutabili panorami, le antiche città, le eterne opere d’arte.

Ogni tanto, per fortuna, la nostalgia si fa meno forte, più dolce, e toglie il suo velo dallo sguardo sull’oggi.

Domani andrà meglio e un altro anniversario sarà passato.

Blogger discontinua che torna a parlare di sé non sapendo fare di meglio

sassolini

Che buffo, ci siamo lasciati ancora a maggio su questo blog con un post sull’apatia letteraria e sui rimedi per combatterla e mi ritrovo con tantissimi libri letti e nulla di scritto! Per gli audaci che seguono la pagina del blog su Facebook c’è stato qualche segnale di fumo – ogni tanto – qualche riferimento a letture che mi hanno emozionato o colpito. Sono stata terribilmente fortunata, tra spunti, suggerimenti e intuizioni, e il mio panorama letterario si è arricchito di nuovi autori feticcio – Yasmina Reza ti adoro già – e piccoli capolavori come La vegetariana di Han Kang.

L’estate è stata strana, dedicata a riempire di sorrisi e stupore il viso della mia bimba; Settembre, l’inizio vero dell’anno per me, come per tanti altri ancora legati agli antichi ricordi scolastici, è una concrezione di impegni, stratificati in spaventevoli obblighi e necessità e qualche occasionale spunto di libertà.

Non nascondo che anche il blog mi è caduto un po’ nella trappola dei doveri, non più piacere, consapevole come sono di aver perso la mano e di non aver alcuna linea editoriale da seguire. Cosa resta? Un blog prima maniera, un po’ antiquato come sono io, in cui parlare a ruota libera, lasciando che idee e ricordi lascino un’impronta, seppure fragile.

Ed eccomi quindi di nuovo qui, a scrivere di getto, spogliandomi di ogni presunzione o velleità intellettuale.

Preparate la vostra tazza preferita e accomodatevi, il mio salotto è di nuovo aperto e la gatta Alaska sonnecchia nell’angolo.