Maturità, vent’anni dopo

Ogni anno mi piace leggere le tracce del tema di maturità, pensare a quale avrei scelto e sorridere al pensiero che quel tempo è passato e anche nei sogni ormai non si ripresenta più.

Quest’anno però penso alla mia maturità con più affetto: sono passati vent’anni, una nuova riforma che scombina le carte proprio come allora, Ungaretti e una sua poesia come traccia. Noi avevamo trovato I fiumi da analizzare, oggi Risvegli. Mi ricordo l’estrema agitazione di quei giorni, l’insicurezza, un diffuso senso di paura. Poi gli esami, gli esiti, delusioni e arrabbiature, palesi ingiustizie, qualche giusto merito e finalmente l’università, un mondo nuovo dove ricominciare.

La maturità ha segnato una cesura importante nella mia vita e mi ha permesso di abbandonare il liceo per sempre, anni difficili a livello emotivo, che ancora non riesco a ricordare con distacco.

Uno dei ricordi più belli di quei giorni è legato proprio alla prima prova. Dopo l’incertezza iniziale le parole hanno iniziato a correre da sole: mi è piaciuto analizzare il testo, studiarlo, interpretarlo, esprimere un’opinione che era solo mia e si reggeva su basi solide, costruite negli anni. Non conoscevo quella poesia in particolare, ma l’ermetismo mi era particolarmente caro, e allora avevo una conoscenza della letteratura profonda, grazie a una scuola eccellente da questo punto di vista.

Quando poi ho saputo l’esito della prova, comunicatomi con soddisfazione dal commissario esterno di italiano, ecco, lì si sono sciolti anni di amarezza, in cui avevo perso ogni fiducia nella mia scrittura, nella mia sensibilità e capacità di comprensione, distrutta con sistematicità da una docente che non capivo e non mi apprezzava, e che tanto male ha fatto a me e ad altri, sempre con il sorriso sulle labbra e una parola crudele pronta.

Se mi sforzo posso ricordare altro di quei giorni: il caldo terribile, la tesina (chissà su che argomento era), le telefonate concitate, il vestito lungo per l’orale, le settimane di sconforto per il mio senso di giustizia offeso. Ma ora, dopo vent’anni, su tutto brilla la felicità di quella prima prova perfetta, del volto sorridente del commissario che tutti temevamo e che aveva giudicato il mio testo senza avermi mai incontrato prima, puro da pregiudizi.

Così, ora che c’è una giusta distanza, ora che ho lasciato cadere gran parte dell’amarezza di quegli anni, ho deciso di tenermi stretti solo i ricordi più belli e le amicizie più care, che non sarebbero cresciute così resistenti al logorio del tempo in un ambiente meno ostile.

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Cometa di Gregorio Magini – un romanzo di non formazione

Se c’è una cosa che ho imparato negli ultimi anni è che la me lettrice era un po’ troppo viziata: per un lungo periodo ho continuato a muovermi tra epoche e voci familiari che mi facevano sentire a mio agio, mi intrattenevano ma troppo spesso non mi lasciavano nessuno spunto, nessuna riflessione.

In quest’ottica, gli ultimi libri che ho scelto sono molto diversi dalle mie abitudini di lettrice, tranne per un unico requisito imprescindibile: la qualità stilistica.

Uno dei piaceri della lettura è invece l’esplorazione di nuovi autori e nuovi linguaggi, il confronto con idee diverse, il tuffarsi in acque profonde per poi riemergere magari con un nuovo tesoro.

Cometa di Gregorio Magini mi aveva già colpito dalla bellissima copertina; letto l’incipit ho capito che era il libro che faceva per me: una scrittura elegante e un contenuto violento e ironico con una potente componente dissacrante.

L’autore è mio coetaneo (e avanti… della serie, quando ti decidi a scrivere seriamente anche tu?!) e il suo immaginario ricalca fin troppo fedelmente il mio, con citazioni e riferimenti storici che chiunque sia nato negli anni ottanta non potrà non cogliere. L’aspetto interessante però è come viene utilizzato questo immaginario comune, esasperato e deformato dal punto di vista del protagonista, Raffaele.

Il romanzo, se lo esaminiamo nella sua struttura, è diviso in cinque parti, composte da più capitoli. I personaggi principali sono Raffaele e Fabio, e l’autore ne segue le vicissitudini dalla prima infanzia all’ingresso nell’età adulta. Le parti dedicate a Raffaele sono narrate in prima persona, per lasciare spazio alla sua personalità istrionica che tende a riempire tutto lo spazio con la sua visione egoriferita del mondo. Le parti dedicate a Fabio sono invece narrate in terza persona, ed è sicuramente una scelta che si adatta di più a questo nerd schivo, poco comunicativo, che stringe una singolare amicizia con Raffaele.

Il primo capitolo è il buttafuori che fa selezione all’ingresso: brutto grosso e cattivo, provoca, prende le misure e a chi sopravvive alle immagini grottesche, scorrette, che sconfinano nella blasfemia, dà il benvenuto nei capitoli successivi, sicuramente meno disturbanti ma sempre non facili. Il trucco c’è comunque, e sta tutto nel titolo (una paraculaggine?), ma devo dire che l’ho trovato davvero brillante nella sua architettura, anche se il pugno allo stomaco è garantito, soprattutto per una come me che è sensibile al tema bambini. Quando capisci però la struttura letteraria che c’è dietro, diventa davvero godibile e quando nei capitoli successivi il registro si è leggermente addomesticato mi è un po’ mancata l’allegra cattiveria dell’inizio.

Raffaele conduce la sua vita secondo tre comandamenti: 1) Non lavorare. 2) Non aspettare. 3) Non invecchiare. Su questa base diventa difficile aspettarsi un’evoluzione del personaggio e difatti non c’è: per questo motivo non riesco a considerare Cometa un romanzo di formazione, anche se accompagna i due protagonisti negli anni in cui si dovrebbe maturare ed evolvere. Che sia colpa delle personalità fortemente disturbate dei personaggi, o di un più diffuso problema generazionale che viene amplificato e sezionato – la precarietà del lavoro e soprattutto dei sentimenti che ha investito tutta la mia generazione e quella successiva – questo sarebbe da chiedere all’autore. Il problema fondamentale è che questo romanzo ho finito di leggerlo in preda all’influenza, quindi tendo a dubitare di un mio giudizio particolarmente acuto… Di certo mi è rimasto impresso il nichilismo in cui è affogata la vita di questi ragazzi, soprattutto perché è distante anni luce dal mio carattere. Se loro negano ogni sistema di valori e si lasciano vivere cercando un edonismo istantaneo e senza fatica, il mio approccio è completamente diverso e più volte durante la lettura mi sono arrabbiata per la loro resa costante, perché anche se si tratta di finzione letteraria, spesso tesa all’eccesso, c’è un disagio in cui ho visto molte persone reali affogare e il mio modo di aiutare sarebbe distribuire sonori schiaffoni (simbolici si intende) e caldi abbracci. Questa lettura, oltre ad avermi mostrato come si può osare con la scrittura mantenendo un alto livello letterario, mi ha mostrato una parte di me che non sempre focalizzo e che mi porta a non arrendermi mai, a costo di consumarmi. Perché alla fine in ogni romanzo cerchiamo qualcosa di noi e leggere autori contemporanei è più scomodo ma ci dà un punto di vista ulteriore sulla realtà che stiamo vivendo, anche quando vorremmo solo distogliere lo sguardo.

Cometa di Gregorio Magini. Neo edizioni. 2018

La gente non esiste di Paolo Zardi – perché dovete leggerlo

In aprile è uscita per la Neo edizioni una raccolta di racconti scritti da Paolo Zardi. Già questi tre elementi dovrebbero essere sufficienti per acquistare La gente non esiste a occhi chiusi. Ma dato che non tutti possono nutrire lo stesso mio entusiasmo e fiducia, vorrei elencare alcuni validi motivi per convertirsi allo Zardianesimo o almeno leggere il libro e provare a confutarmi.

  • Bellezza. I racconti scelti per formare questa raccolta sono davvero belli. Non carini o simpatici. Belli. Ultimamente ho letto diverse raccolte e ho preso l’abitudine di segnare con una spunta i racconti che mi sono piaciuti di più. Ho notato che si tende a mettere i più validi all’inizio e alla fine ma spesso in mezzo se ne trovano alcuni inseriti più per fare volume, magari ancora acerbi o non perfettamente riusciti. Non è questo il caso. E’ come acquistare una scatola di cioccolatini belgi (una delle meraviglie nazionali che possono vantare da quelle parti) e sorprendersi e commuoversi a ogni boccone. Chi mi conosce sa che se associo un libro al cibo è sicuramente indice di qualità, d’altronde sono tra le due esperienze maggiormente in grado di commuovermi.
  • Semplicità. Leggere un racconto di Zardi non richiede fatica al lettore: basta sedersi, aprire il libro, e lasciare che le parole risuonino dentro: a volte ci sarà una risata, altre un sorriso d’intesa, lo stupore per un particolare che conoscevamo ma non avevamo messo a fuoco, il piacere di un piccolo scostamento dalla realtà, la commozione per la verità di sentimenti che ci appartengono e ci vengono restituiti con una nuova luce. La bellezza di queste storie e di come sono scritte mi ricorda il talento richiesto a un musicista o a un ballerino che anche nei passaggi più difficili deve nascondere la fatica e la dura preparazione dietro all’eleganza e alla pulizia del gesto artistico. Personalmente non amo le manifestazioni di bravura, la ricerca dell’applauso o del colpo di scena fine a se stesso; non voglio essere impressionata da un racconto: voglio ascoltare una storia e non dimenticarla più, e Zardi in questo è bravissimo.
  • Lingua. Non ci sono sbavature nella scrittura ma un controllo perfetto della parola, come uno scoglio modellato da infinite onde. Il narratore si pone alla giusta distanza e regola l’obiettivo in funzione dei personaggi e della storia, in un movimento talmente fluido di camera che ne restiamo stupiti senza riuscire a scoprire il trucco che c’è dietro.
  • Piacere. Il piacere di leggere qualcosa di veramente bello, che riesce a soddisfare contemporaneamente il desiderio di una storia interessante, scritta bene, non scontata e profonda. E vi assicuro che scrivere un racconto così non è facile. Scriverne 27 è un’impresa che non ritenevo possibile.
  • Brevità. I racconti sono per lo più di poche pagine. Potete leggerne uno a sera o mangiarne a manciate. E per chi pensa di non amare i racconti, questa è l’occasione giusta per provare a cambiare idea. Potreste scoprire che vi piacciono e non poterne più fare a meno.
  • Autore. Paolo Zardi passa alternativamente dal romanzo ai racconti, riuscendo sempre a convincere. Di suo ho letto XXI secolo, sempre per Neo edizioni, e Tutto male finché dura per Feltrinelli (potete leggere la mia recensione qui) oltre a numerosi racconti pubblicati su varie riviste, cartacee o digitali, e in raccolte. Perché anche se ha iniziato tardi a pubblicare – poco prima dei quarantanni – Zardi si è rifatto velocemente negli anni successivi, manifestando una facilità di scrittura e una vastità di temi trattati, passando da atmosfere più cupe a toni grotteschi fino a dolcezze liriche.
  • Persona. Autore e persona sono due entità distinte. Ma lo scrittore non può allontanarsi troppo da quello che è: il suo sguardo sul mondo, i dettagli che lo colpiscono, la sensibilità con cui interpreta la realtà, sono indissolubilmente legati alla persona che vive e scrive. E personalmente sono molto affezionata ad entrambi e faccio fatica a distinguerli.
  • Bonus track. Finito di leggere il primo racconto ho chiuso il libro: l’equilibrio e la grazia con cui era scritto, l’ironia e la sensibilità acuta che si alternavano tra le righe per me erano già sufficienti. Avevo paura di non trovare racconti altrettanto belli. Poi per fortuna ho letto anche gli altri.

Fin qui ho cercato di essere obiettiva, per quanto l’entusiasmo e l’affetto possano permettermi di esserlo. Ma ci tengo veramente molto che questo libro passi di mano in mano e che almeno uno di questi racconti riesca ad illuminarvi come tanti hanno fatto con me: tra una riflessione, un sorriso e una gentile stretta al cuore.

“La gente non esiste” di Paolo Zardi. Neo edizioni. 2019

La bambina ovunque di Stefano Sgambati

Se c’è un aspetto curioso nel leggere libri di autori contemporanei, coetanei, magari che parlano pure la tua stessa lingua, è che ti puoi chiedere se la storia che stai leggendo non sia proprio la tua, o una delle possibili vite che ti sarebbero potute capitare in sorte se solo quella volta avessi girato a destra invece che tirare dritto.

Stefano Sgambati l’ho incontrato a una presentazione alla libreria Zabarella di Padova, consigliato fortemente da un caro amico che aveva il piacere di presentarlo. Mi ha impressionato molto, come tutti gli scrittori della mia età che hanno già dedicato tanto della loro vita alla scrittura, mentre io sono ancora in fase di riscaldamento, con tanto di tuta e fascetta sulla fronte. E ne parlo perché quella sera presentava proprio questo libro, La bambina ovunque, e perché a un certo punto è arrivata anche mia figlia con il papà, ed ha corso dappertutto per poi installarsi sotto un tavolo e farsi leggere dal suddetto padre almeno una decina di libri, e io ascoltavo l’interessantissima presentazione ma avevo anche l’orecchio teso agli urletti della mia bimba, alla capacità di inserirsi negli spazi della discussione sovrastando ogni altro rumore, al suo essere ovunque nello spazio, nella mia mente, in quello che amo.

“Ogni biografia è, in ultima analisi, narrativa” Bernard Malamud, Le vite di Dubin

Il romanzo di Sgambati parla della sua difficoltà a essere padre, del dramma interiore di un ruolo che, anche se scelto e fortemente voluto, rimane subìto. E’ la narrazione di una paternità, dal suo formarsi al suo proiettarsi nel futuro. Ma non si tratta di un diario quanto di un’analisi profonda dell’animo dello scrittore, della sua vita, del suo rapporto con la moglie, della scissione tra lui come persona e lui come padre.

Scrivere questo romanzo non è stato semplice, la necessità di essere sincero, addirittura brutale, l’ammettere la difficoltà di non essere naturalmente entusiasta del suo futuro ruolo di genitore, quanto tutti non fanno altro che aspettarsi questo da te: entusiasmo, gioia profonda. Ma non per tutti è così e molte madri lo sanno e l’hanno confidato, a qualche amica, a qualche pagina di libro. Diventare genitori, come scrive Stefano, è distruggere due persone, un mondo, e costruire qualcosa di diverso, che prima non c’era e cambia tutto. E se per qualcuno questa operazione riesce facile, quasi innata, ad altri risulta dolorosa.

Leggendo ho rivisto il ragazzo con cui ho scambiato qualche parola alla fine della presentazione, sicuro eppure incerto, sorridente ma inquieto, bello e innamorato di sua moglie. Perché anche se questo libro ha come protagonista lui, con tutta la complessità di un carattere reso senza filtri, senza risparmiarsi luci e ombre, l’altra grande protagonista è la moglie. Questa donna quasi mitologica: concreta, risolutiva, determinata e dalla risata leggera. Bellissima e amatissima. Mi sono chiesta più volte cosa abbia potuto provare a leggere questo libro, che parla di aspetti così intimi della sua vita, della loro vita a due, e in un momento così delicato come la ricerca di un figlio che fatica ad arrivare. Arrivata alla fine della lettura credo si sia sentita fortunata, perché questo libro è una grande dichiarazione di amore e di stima e di ringraziamento. Oltre alle battute, le nevrosi, le ingenue cattiverie, le esternazioni terribili, l’autocompiacimento e il malumore.

Leggendo, mi ripeto, ho visto anche me stessa: i miei dubbi prima di avere un figlio, la paura di perdermi, di perdere mio marito. Ma anche un certo modo di rimuginare sulle cose, di preoccuparmi degli altri e soffrire terribilmente per quello che sono, soprattutto quando so che sbaglio e non riesco a evitarlo.

La bambina ovunque ha fatto quello che deve fare un buon libro: mi ha commosso, mi ha fatto ridere tra le lacrime, mi ha fatto riflettere a lungo, mi ha aperto nuove prospettive, mi ha deliziato per lo stile con cui è scritto, mi ha lasciato interdetta per le citazioni colte che mi hanno dimostrato la mia ignoranza e per quelle basse che ovviamente ho colto a piene mani. Mi sono innamorata dell’autore, l’ho detestato, ho desiderato essere sua amica e adesso, dopo questa bellissima recensione, mi aspetto un invito a cena, o in libreria per un altro suo lavoro.

La bambina ovunque di Stefano Sgambati. Mondadori. 2018