Brevi interviste con uomini schifosi di David Foster Wallace

È sempre difficile approcciare nel blog quello che per me rientra nei classici o tra i libri di culto. Non solo c’è questa distanza immensa tra autore e lettrice, ma questa stessa distanza è stata percorsa più volte da persone molto preparate sull’argomento; se poi si tratta di un autore come David Foster Wallace, DFW per gli intimi e gli amanti degli acronimi, sarà faticoso arrivare alla fine di questa recensione e decidere di condividerla.

C’è un però, ovviamente, che è anche alla base della mia idea di scrittura: non si scrive per stare bene, o per raccogliere applausi, ma per una necessità intima, spesso dolorosa, per il bisogno di allineare i pensieri ingarbugliati tra le righe ordinate di un paragrafo, per cercare di mettere ordine, dare un significato a qualcosa che spesso nemmeno ce li ha, ordine e significato.

Brevi interviste con uomini schifosi non è stato il mio primo incontro con DFW. Prima è venuto Una cosa divertente che non farò mai più, il resoconto dettagliato e allucinato di una crociera di lusso nei Caraibi, che all’epoca mi aveva divertito e inquietato, per motivi che ho messo meglio a fuoco con questa seconda lettura, successiva di qualche anno.

Brevi interviste con uomini schifosi mi ha sconvolto. Per essere più precisa, l’espressione che ho usato con un amico, subito dopo aver finito di leggere Ottetto, uno dei racconti contenuti nella raccolta, è stata “ho la sensazione che qualcuno mi abbia preso a schiaffoni il cervello“.

Non è certo il contenuto di questi racconti, a tratti spinto e osceno, non sono i personaggi, spesso uomini e donne che accolgono in sé sentimenti orribili e censurabili, o lo stile geniale, ripetitivo, ossessivo, saturo di dettagli, iperrealistico. Quello che mi ha colpito come una sberla è il dolore fortissimo dell’autore, l’intelligenza che si tende al massimo nel tentativo – vano – di spiegarlo, comunicarlo, nelle sue importantissime sfumature e declinazioni.

La persona depressa viveva un terribile e incessante dolore emotivo, e l’impossibilità di esternare o tradurre in parole quel dolore era già una componente del dolore e un fattore che contribuiva al suo orrore di fondo.

(La persona depressa)

D.

– A quanto pare devo continuamente ammettere che ho il terrore di non farmi capire da te. Che non riuscirò a spiegarmi abbastanza bene, o che tu in qualche modo senza volerlo interpreterai male quello che dico e lo stravolgerai e ne soffrirai. Questo mi mette un terrore incredibile, te lo devo dire.

(B.I. n. 2, ottobre ’94 CAPITOLA, CALIFORNIA)

C’è molta disperazione in queste pagine, allegramente nascosta dietro una formidabile ironia, un gioco letterario condotto con mano ferma, lucidità e desiderio di sperimentazione. Autocompiacimento, anche, ma soprattutto la capacità di percepire se stesso e il mondo, da dentro e da fuori, in maniera oggettiva eppure sentendo tutto in maniera fortissima.

Ci sono dei racconti meravigliosi, che meriterebbero solo per se stessi. Per sempre lassù, a esempio, è il racconto per cui ho deciso di leggere tutta la raccolta. L’ho scoperto a un corso di scrittura e l’ho trovato di un’umanità e una delicatezza devastanti, in cui le acrobazie letterarie si fanno da parte per lasciare spazio alla descrizione di un momento, il momento in cui un ragazzo percepisce il limite tra infanzia e vita adulta e noi lo accompagniamo fin lì, sul punto di saltare da un trampolino, di cambiare tutto.

Sali sulla lingua del trampolino. La tavola si rivela lunga. Lunga come il tempo che resti lì in piedi. Il tempo rallenta. Si infittisce intorno a te man mano che il tuo cuore aumenta i battiti a ogni secondo, a ogni movimento nel sistema della piscina sottostante.

La tavola è lunga. Da dove ti trovi sembra allungarsi nel nulla. Sta per spedirti da qualche parte che la sua lunghezza ti impedisce di vedere, a cui sembra sbagliato sottomettersi senza nemmeno pensare.

Vista in un altro modo, quella stessa tavola non è che una cosa lunga piatta e sottile coperta da un ruvido materiale di plastica bianca. La superficie bianca è molto ruvida, picchiettata e rivestita di un rosso pallido annacquato che però è pur sempre rosso e non ancora rosa – gocce di vecchia acqua della piscina che catturano la luce del tardo sole sopra le montagne aguzze. Il ruvido materiale bianco della tavola è bagnato. E freddo. I tuoi piedi sono indolenziti dai pioli sottili e sono dotati di grande sensibilità. Sentono il tuo peso. All’inizio della tavola ci sono i poggiamano. Non sono come quelli appena lasciati della scala. Sono spessi e bassissimi, ti devi quasi chinare per reggerti. Stanno lí solo per bella mostra, nessuno li usa. Reggersi richiede tempo e altera il ritmo della macchina.

È una lunga fredda ruvida tavola di plastica o fibra di vetro bianca, venata del triste quasi rosa delle caramelle scadenti.

Ma in fondo alla tavola bianca, sul pizzo, dove ricadrai col tuo peso per farti espellere, ci sono due zone di oscurità. Due ombre piatte in piena luce. Due vaghi ovali neri. Il fondo della tavola ha due chiazze sporche.

Le hanno fatte tutti quelli passati prima di te. Mentre te ne stai lí coi piedi teneri e ammaccati, indolenziti dalla ruvida superficie bagnata, capisci che sono due macchie scure fatte dalla pelle degli altri. Sono pelle, abrasa dai piedi dalla violenza della sparizione di persone con un peso reale. Tante di quelle persone che non riusciresti a tenere il conto. Il peso e l’abrasione della loro scomparsa si lascia dietro pezzettini di soffici teneri piedi, pezzetti e scaglie e riccioli di pelle che si sporcano e si scuriscono e si abbronzano restando minuscoli e imbrattati al sole in fondo alla tavola. Si ammucchiano e si imbrattano e si mescolano scurendosi in due cerchi.

Altri racconti di questa raccolta che mi sono piaciuti molto o che mi sono rimasti impressi sono La morte non è la fine, per il procedere con ossessive precisazioni, come uno spirografo che continua a girare su se stesso fino a realizzare un disegno armonioso; alcune delle Brevi interviste con uomini schifosi, in cui non conosciamo le domande, ma veniamo incalzati dalle risposte di uomini per lo più egoisti, intimamente convinti del loro modo di essere, per quanto non possano negare che i loro pensieri e le loro azioni, detti ad alta voce, siano quantomeno molto discutibili; La persona depressa, in cui una donna è talmente presa dal suo dolore da non saperne provare per gli altri, nemmeno per la sua analista suicida, e per tutta la durata del racconto si angustia all’idea di sembrare terribilmente tediosa e patetica alle poche persone con cui si confida, senza tenere in alcun conto le loro emozioni e i loro bisogni, se non in funzione di se stessa, in un crescendo orribile di egoismo:

(…) sembrava essere che tutto il suo dolore e la sua disperazione angosciosi dopo il suicidio della terapeuta di fatto erano stati solo ed esclusivamente per se stessa, cioè per la propria perdita, il proprio abbandono, il proprio dolore, il proprio trauma e dolore e sopravvivenza affettiva primordiale.

Un altro racconto che mi ha colpito, tanto da rileggerlo almeno tre volte, è Pensa: arrivata alla fine mi è sembrato di non aver capito nulla di quello che voleva dire DFW e anche se credo di essermi avvicinata al senso, resta ancora la sensazione di qualcosa che non riesco ad afferrare pienamente e continua a sbattere nella stanza, troppo in alto.

Lei ha il reggiseno che si apre a scatto sul davanti. A lui si schiarisce la fronte di scatto. Lui pensa di inginocchiarsi. Ma sa cosa penserebbe lei se si inginocchiasse. Ad avergli schiarito la fronte dalle rughe è stata una specie di rivelazione. I seni si sono liberati. Lui immagina la moglie e il figlio. Ora i seni non hanno confini.

(Pensa)

La scrittura è ipnotica, ha un andamento a onde che ritornano, simili e diverse, a bagnare la riva, portando ora una conchiglia, ora un pesce morto, mentre la marea e la tensione del racconto salgono, inesorabilmente, in maniera impercettibile. Eppure lo avvertiamo.

Mondo adulto e Ottetto mi hanno stupito per il modo in cui David Foster Wallace lascia intravvedere il suo modo di costruire una storia, l’apparente facilità che sottende invece a rigidi calcoli, a riflessioni portate all’estremo, a obiettivi ambiziosi e numerosi fallimenti. Come se potessimo sbirciare gli ingranaggi di un orologio complicato.

Sul letto di morte, stringendoti la mano, il padre del nuovo giovane commediografo Off-Broadway di successo, implora una cortesia tratta il tema di un padre che ha sempre detestato il figlio, fin dalla nascita, e si confessa sul letto di morte, trasformando un sentimento accettabile (il fatto che l’amore paterno non sia immediato e scontato) in un qualcosa di disturbante, dato l’odio e l’ossessione che l’hanno divorato negli anni.

È difficile a volte leggere questi racconti, perché l’autore scrive in maniera intricata, si diverte ad accumulare note, a volte lunghissime, gli piace spezzare il ritmo, farci perdere il segno, il senso. Poi, di colpo, cambia registro, si fa delicato, intimo, ti frantuma il cuore con una dolcezza struggente, per poi accostare immagini volgari, dettagliate, rutti in pieno volto. Quanto è sincero in questa operazione, quanta tecnica c’è dietro? Viene il dubbio, e non possiamo scioglierlo, e forse non lo vogliamo, perché è più rassicurante pensare che siano giochi letterari, abilità di una mente geniale, piuttosto che accettare che oltre al sorriso sardonico e irriverente ci sia una disperazione che scorre vischiosa sotto pelle e riempie ogni arteria, vena, capillare.

Se c’è stata fatica in questa lettura, o dolore, è stata ampiamente ricompensata da pagine di profonda bellezza, da risate sincere e da riflessioni importanti, tra le quali la gratitudine per aver trovato descritti sentimenti e pensieri schifosi, quelli in cui, a volte, tutti siamo inciampati e che qui riconosciamo, con sollievo, di non aver portato alle estreme conseguenze. O forse no.

Brevi interviste con uomini schifosi (1999) di David Foster Wallace (1962-2008). Einaudi.

Motel Life di Willy Vlautin

È curioso come le ultime letture mi abbiano trasportato dal fascino misterioso dell’Hotel Lagoverde alle squallide stanze dei motel di Reno, in Nevada.

I maggiori punti di contatto tra i due libri sono la musica (Willy Vlautin, l’autore, è cantante e musicista), Torino (dove ho scoperto la casa editrice Jimenez) e i racconti, quelli che Frank inventa per il fratello Jerry Lee e che punteggiano Motel Life, un romanzo che rotola veloce, lasciando impresse tristezza, nostalgia, dolcezza e anche un briciolo di speranza.

Frank e Jerry Lee sono due giovani adulti, due fratelli che si sono trovati troppo presto a dover badare a se stessi. Uno è molto bravo a raccontare storie, l’altro a disegnare, ma non sono certo qualità sufficienti per cavarsela in una città come Reno, famosa per i suoi casinò, i giocatori di azzardo e i motel che sono cresciuti a centinaia e che dopo aver ospitato per anni frotte di turisti si sono declassati a residenze per poveracci, emarginati, gente che a fatica tiene insieme la propria vita.

In una desolazione di neve e alcol si apre il racconto di Frank che ricorda: ricorda la notte in cui tutto è precipitato, in cui il precario equilibrio che lui e il fratello avevano raggiunto sembra compromesso, l’ennesimo colpo di sfortuna che potrebbe prostrarli per sempre, loro nati perdenti, convinti di non poter essere altro, in una terra, l’America, che non ha pietà per chi resta indietro.

La sfortuna si abbatte sulla gente ogni giorno. È una delle poche certezze nella vita. È sempre pronta, sempre lì, in attesa. La cosa peggiore, la cosa che mi terrorizza di più, è che non sai mai chi colpirà né quando.

Jerry Lee è rimasto coinvolto in un incidente, un ragazzo è morto e i due fratelli decidono di scappare. Inizia un viaggio che li porterà lontano da Reno, per poi tornare e infine lasciarla, per sempre.

I capitoli sono brevi, rapidi, ognuno impreziosito all’inizio dallo schizzo di un’insegna, di un particolare urbano, come ci immaginiamo possano essere i disegni di Jerry Lee; la sua lingua invece impariamo a riconoscerla presto: è brusca, schietta, eccessiva.

Jerry Lee si sedette. Trovò una birra ai suoi piedi e la aprì.

«Cristo, a quello non voglio proprio pensarci, non adesso. Non tirarla fuori quella storia. E per la vita nei boschi, lì non c’è niente da fare, e la cosa peggiore è che ci sono tutti quei ragazzini che finiscono con le braccia mozzate dai macchinari agricoli. Poi li vedi che guidano solo con i piedi. E alberi che cadono sulla gente, motoseghe e roba del genere. Succedono cose orribili nei boschi, credimi. Mai sentito di famiglie ammazzate nei boschi? Orsi, roditori, serpenti e più insetti di qualsiasi altro posto al mondo, veterani del Vietnam completamente pazzi e montanari».

La narrazione è avvincente, costruita su dialoghi, ricordi, personaggi del passato e del presente che irrompono con il loro piccolo pezzo di vita, le loro debolezze e le loro disgrazie. Non c’è compatimento per nessuno nel racconto di Vlautin: la vita è così, si fanno scelte giuste o sbagliate, quasi sempre sbagliate, ma non c’è giudizio, non c’è pena.

(…) Siamo tutti incasinati, quindi tendiamo a stare con gente incasinata. E per me è giusto che sia così. Ma questo non vuol dire che siamo persone cattive, no? Se sei stato sfortunato non vuol dire che lo sarai sempre, no? Certa gente è sfortunata, ma le cose possono cambiare. Non penso che ci sia gente condannata alla sfortuna. E poi tu hai bisogno di qualcuno. Di tutti gli uomini che conosco sei quello che ha più bisogno di qualcuno. Sei la persona più solitaria che conosco. Lo dicono tutti. Persino Tommy».

E sopra la colpa, sopra la sfortuna, sopra ogni cosa resta la speranza:

Perché avere la speranza è meglio che non avere proprio niente.

E se non ce l’hai, se non sai trovartela, cerca almeno qualcuno che sappia donarti un po’ della sua.

Motel life di Willy Vlautin, Jimenez edizioni.

Hotel Lagoverde

Entrando nella hall dell’albergo Lagoverde ci accoglie un’inconfondibile canzone di sottofondo che rimarrà sottotraccia per tutta la lettura: si tratta di Hotel California degli Eagles, un suggestivo racconto in musica che sembra riverberare in ogni stanza.

Il dottor Stein, il direttore, arriverà più tardi, intanto ci accolgono Augusto, Margherita e il resto del personale dell’albergo, che sembrano aspettare proprio noi, da sempre.

Non è stato semplice arrivare: l’albergo si perde tra le valli boscose del centro Italia, la segnaletica è incompleta e proprio quando si pensa di essersi persi ecco che il bosco si apre su un lago dalle acque scure e, poco più avanti, la facciata elegante dell’Hotel Lagoverde, con la fontana, il piazzale di ghiaia, le aiuole curatissime.

Il posto sembra deserto, gli altri ospiti sono fuori ma torneranno per cena, ci dicono, e intanto prendiamo possesso della nostra stanza al primo piano e ci mettiamo in ascolto, in lettura.

Hotel Lagoverde è un progetto ideato e curato da Gianluigi Bodi, che ha ospitato in ogni stanza dell’albergo uno scrittore diverso, dandogli la consegna di scrivere un racconto su quel luogo così ospitale, così misterioso (such a lovely place). Ci troviamo così di fronte a una raccolta di racconti scritti da più autori, ognuno con la sua voce riconoscibile, ciascuno ambientato all’Hotel Lagoverde, tutti auto conclusivi eppure intimamente legati, in una rete di riferimenti comuni, alcuni evidenti, altri più sotterranei.

I racconti, si dice, non attirano il grande pubblico ma non è sempre stato così. Si pensa addirittura che i racconti siano solo una scuola su cui si formino gli autori dei romanzi di domani. Eppure tra romanzo e racconto c’è un’enorme differenza, che poco c’entra con la lunghezza del testo, quanto con la sua essenza narrativa. Lo spiega bene Bodi nella prefazione, citando un celebre saggio di Cortazar sull’argomento.

Gli autori che hanno occupato le stanze di questo albergo sono tutti eccellenti scrittori, sia di romanzi, sia di racconti. La forma breve permette loro di giocare con la lingua, con la struttura, di approfondire un sentimento o di reggere un gioco letterario, il tutto coinvolgendo il lettore. Il fatto poi di condividere non solo un tema ma anche un luogo che è spazio e tempo e sentimento, crea un’unione intima tra i racconti, che è molto di più che un debole filo rosso con cui cucire insieme le pagine.

La bellezza di leggere questa raccolta è simile al piacere che si prova di fronte a un vassoio di pasticcini: alcuni li conosciamo e sappiamo già che ci piaceranno, altri magari ci lasceranno il dubbio sui loro ingredienti, altri ancora saranno dolci scoperte.

Premesso che il livello dei racconti è molto alto, non ho potuto fare a meno di scegliere i miei preferiti. Un caro amico mi ha scritto: “Qual è il racconto che ti è piaciuto di più, e perché proprio quello di Paolo Zardi?”. E io mi sono messa a ridere perché è proprio così: L’ultima estate è un racconto stupendo, di un Paolo Zardi in stato di grazia, che scrive sull’orlo della nostalgia senza mai lasciarsi affascinare dalla disperazione, con una chiarezza nel cogliere certi passaggi dell’anima che ha un che di sfolgorante e illumina la storia di un uomo anziano che, dopo il divorzio, torna all’albergo dove aveva passato le estati della sua infanzia, l’Hotel Lagoverde, appunto.

L’odio coniugale è carbonato di calcio che percola lungo le pareti di una grotta e poi si solidifica in stalattiti. Servono tempi lunghi e molta pazienza; noi ne abbiamo avuta, evidentemente, perché abbiamo lasciato che quella forza crescesse un millimetro al giorno. Mi ha lasciato lei, ma è stato un caso. Ci siamo passati mille volte la pistola carica, ed eravamo sempre sul punto di premere il grilletto, trattenuti dalla pietà, o da una forma molto raffinata di crudeltà. Ora sono libero, che è un altro modo di dire che sono solo.

Altro racconto che mi è piaciuto molto è quello di apertura, L’amore che cambia di Emanuela Canepa, la storia di una coppia che incappa per caso (o forse no) in questo albergo sperduto e fa i conti con un rapporto inceppato da tempo, trovando alla fine un’incredibile soluzione, al limite tra ironia e grottesco, con una punta di perturbante.

Invecchiare invece ha cambiato la configurazione delle cose. Il paradosso è che negli anni, a forza di andare in palestra, certe imperfezioni localizzate le ho risolte. Ma questo non frena la decadenza generale. È la struttura complessiva che vibra e collassa. La geografia del sistema diventa irriconoscibile. Sull’imperfezione puoi sempre intervenire in un modo o nell’altro. Il disegno globale invece non lo recuperi più. Anzi, ad accanirti fai peggio. Se eviti di forzare, può anche darsi che l’organismo ti faccia la cortesia di collassare con grazia. Ma se ti accanisci è la stessa cosa che tentare di risolvere il problema con una palla da demolizione. In un attimo sono macerie. Questo l’ho capito. Sempre stata onesta fino alla scarnificazione. Però mi fa incazzare.

Tra i magnifici tre non posso poi inserire il racconto Morphelix di Domenico Dara. Scritto in un linguaggio forbito e quasi anacronistico, tesse la storia di un uomo che non ha mai vissuto e che solo all’Hotel Lagoverde scoprirà quello che gli è sempre mancato, spezzandomi il cuore all’ultimo paragrafo.

Michele Orti Manara ha creato un racconto ricorsivo che affonda le sue radici nel gotico e nel perturbante, Cristò dà vita al personaggio di un blogger che si dedica alle letture estreme, Alessandro Cinquegrani scrive terribili lettere d’amore, Ivano Porpora ci sprofonda in un’ossessione silenziosa, Giulia Mazza storce la nostra prospettiva, Daniela Morano ci spiazza con un racconto piano che si avvita in un colpo di scena finale. Infine arriva Gianluigi Bodi a raccogliere tutte le briciole sparse nel bosco e a ricondurci, ancora una volta, all’Hotel Lagoverde, dove tutte le storie vanno a finire.

Last thing I remember, I was
Running for the door
I had to find the passage back
To the place I was before
“Relax, ” said the night man,
“We are programmed to receive.
You can check-out any time you like,
But you can never leave! “

Hotel Lagoverde, edito da LiberAria, è un progetto ideato e curato da Gianluigi Bodi, ottimo scrittore di racconti e curatore di Senzaudio, un blog che da anni è un punto di riferimento per gli appassionati di case editrici indipendenti e non solo.

Mercurio di Amélie Nothomb

Una delle mie autrici preferite è senza dubbio Amélie Nothomb, scrittrice belga nata a Kobe, in Giappone, legata in Italia alla casa editrice Voland. La sua produzione letteraria è fatta di densi romanzi brevi, di solito poco più di cento pagine, nei quali riesce a infondere uno spirito ironico e fulmineo, oltre che straordinariamente colto.

Una delle caratteristiche di questa autrice è il suo rapporto con la scrittura: spesso è protagonista o personaggio dei suoi romanzi, e in ogni caso i suoi fedelissimi sanno sempre riconoscere un dettaglio che la contraddistingue all’interno dell’opera in maniera inequivocabile.

Negli anni, romanzo dopo romanzo, Nothomb ha saputo creare una mitologia di se stessa, è diventata oggetto di un culto letterario, rafforzato dalla sua immagine iconica ma soprattutto dalla potenza della sua scrittura.

Mercurio è uscito in Francia nel 1998, la prima edizione italiana con Voland è del 1999, eppure io l’ho letto solo poco tempo fa, vittima di un equivoco: avevo comprato infatti anni fa un adattamento teatrale pensando che fosse il romanzo originale e lo avevo messo da parte perché non era la scrittura che cercavo. L’errore è emerso in una appassionata conversazione intorno all’opera della Nothomb e subito ho dovuto ordinarne una copia. La persona con cui conversavo affermava con assoluta sicurezza che questo sia il suo romanzo migliore e dovevo sapere se anche per me era così.

Nella mia esperienza di lettura, ho notato che i romanzi di Nothomb si dividono in due filoni principali: quelli autobiografici (Stupore e tremori, Metafisica dei tubi, La nostalgia felice, Né di Eva né di Adamo) e quelli più narrativi, spesso legati a una forte matrice letteraria, dalla cultura classica alle favole alla letteratura francese e italiana.

Mercurio appartiene al secondo filone e ci racconta la storia di una ragazza, Hazel, prigioniera in un’isola come pupilla del Capitano, un vecchio uomo che l’ha salvata da un bombardamento e per cinque anni l’ha tenuta nella sua dimora senza superfici riflettenti perché non possa mai vedere il suo volto. Hazel è infatti convinta di essere rimasta sfigurata e riconoscenza e ammirazione si mescolano alla repulsione nel suo rapporto con il Capitano. L’equilibrio viene rotto dall’arrivo di una giovane infermiera, Françoise, che stringerà un forte legame di amicizia con la giovane ragazza e cercherà di ripristinare la giustizia.

Mercurio: romanzo (a sinistra) e adattamento teatrale (a destra)

Come spesso accade nei romanzi di Nothomb, la storia si basa su incredibili dialoghi che ci svelano i caratteri dei protagonisti e sono il lancio per le azioni fulminee che continuamente muovono la storia. È un incredibile piacere leggere queste pagine scarnificate, dove ogni parola ha un peso e una collocazione specifica, senza alcuna sbavatura. Nothomb è inflessibile, pirotecnica nella lingua e nel pensiero, scandalizza e seduce a ogni passaggio mantenendo una grazia e una leggerezza nipponiche. Forse è questa perfetta commistione di passionalità europea e algida giapponesità a renderla così unica, o l’ossessione per certi dettagli, come il significato dei nomi e il loro influsso sul destino di chi li porta (I nomi epiceni) e la passione per lo champagne (uno dei protagonisti insieme a lei e un’altra scrittrice del romanzo Petronille).

Quello che affascina però, oltre alla perfezione della lingua, è l’analisi dei rapporti tra i personaggi, la brutale schiettezza o la melliflua crudeltà, l’innocenza colpevole, la mostruosità premurosa. Nothomb si diverte a scombinare i paradigmi, non esistono clichè tra le sue righe, tutto è analisi e controllo assoluto. Orrore, di fronte al destino e alla crudeltà umana, ma mai un cedimento pietoso, una svenevolezza. È una lama che trafigge senza sbavature.

In Mercurio ho amato le continue citazioni letterarie: La certosa di Parma di Stendhal, Il conte di Montecristo, Zio Vanja di Cechov, Carmilla, Le mille e una notte e molti altri si inseriscono in un dialogo letterario tra le due donne protagoniste, che si confrontano e si scontrano sull’interpretazione di certi passaggi, in maniera sempre funzionale al procedere della narrazione. Non è un vezzo della scrittrice, quanto un’emanazione della sua cultura.

L’unica cosa che non ho pienamente apprezzato è il doppio finale. È la stessa Nothomb a intervenire con una nota (come per rimarcare comunque la sua presenza all’interno anche di questa opera) in cui spiega che non ha saputo scegliere tra i due diversi scioglimenti. Io preferisco il primo a oggi, ma nulla vieta che domani possa preferire l’altro.

Mercurio di Amélie Nothomb, edizioni Voland.