Bivacco 17 insieme ai ragazzi selvatici Daniele Girardi e Paolo Cognetti.

La nostalgia della montagna è sempre più forte, ancora più in questi mesi di forzata lontananza. L’unica cura è assumerla in dosi omeopatiche, tramite somministrazione quotidiana di immagini, parole e persone che riescono a evocarla in tutte le sue sfaccettature.

Una sera di dicembre mi sono spinta attraverso le nebbie padane per raggiungere Verona e assistere alla presentazione del catalogo Bivacco 17, sulla mostra allestita presso la Galleria La Giarina. Ormai in fase di chiusura (31 gennaio) affianca e contrappone l’opera di due artisti, Daniele Girardi e Claudio Costa, talmente dissimili e lontani da provocare riflessioni e scatenare suggestioni sul senso dell’arte, della materia e del rapporto dell’uomo con entrambe.

Seguo da qualche anno il lavoro di Daniele e nonostante la sua riservatezza e la mia insicurezza (approcciare persone che stimo mi costa uno terribile sforzo fisico ed emotivo) siamo riusciti a creare un prezioso legame di amicizia, basato sul comune amore per la natura e l’arte. Un’amicizia molto più forte e robusta lo lega allo scrittore Paolo Cognetti, presente alla serata per leggere alcuni passi del suo ultimo libro Le otto montagne. E’ stato proprio Daniele con i suoi preziosi suggerimenti di lettura a farmelo conoscere come scrittore qualche anno fa. Solo che lui non si è limitato a leggerlo, ma dopo avergli scritto hanno iniziato a camminare insieme in montagna. Mi sono subito apparsi come un duo perfetto e a distanza di anni, avere l’occasione di vederli finalmente insieme, mi ha emozionato molto e ha confermato la profonda intesa tra questi due artisti.

L’opera principale della mostra, e che le dà il titolo, è il Bivacco 17: la realizzazione site specific di un bivacco, ispirato a quelli lasciati a disposizione dei viandanti con legna asciutta e qualche genere di prima necessità, che Girardi ha incontrato spesso nei suoi viaggi, sia sulle nostre montagne che nei suoi viaggi nelle terre del nord. L’installazione che accoglie il visitatore è abitata da ricordi, frammenti e appunti di viaggio dell’artista. Un diario visuale e materico di quella che per Girardi è la vera esperienza artistica: l’immergersi nella Natura incontaminata, l’esplorazione senza il desiderio di conquista, in cerca di una propria identità in relazione allo spazio selvatico. Il Bivacco 17 diventa così un rifugio accogliente, ambientazione ideale per la lettura di alcune pagine dell’ultimo libro di Cognetti: le parole scorrono veloci, nitide, perfettamente calate nell’ambientazione selvatica e scarna, eppure lucidamente moderna. Finito il racconto, la voglia è quella di stendersi in un sacco a pelo all’interno dell’opera, continuare la lettura e trovarsi a sognare stelle appese sopra boschi e cime sconosciute.

Nelle settimane successive ho avuto modo di leggere Le otto montagne – in maniera discontinua per cause avverse – e mi riservo di rileggerlo ancora, magari nella mia amata montagna, ancora più cara perché meno conosciuta, un po’ come la Grana del romanzo. Leggendo non sono riuscita a districare il piano dell’invenzione da quello reale, così tanti erano i passi che mi suonavano familiari, come se li avessi già sentiti, già letti. Si è quindi creato un cortocircuito tra letteratura, esperienza artistica e racconti ascoltati, lasciandomi una grande nostalgia del Nord, di montagne familiari e nuovi luoghi da esplorare, facendo esplodere come fuochi d’artificio ricordi di sentieri e viaggi, confusi, sovrapposti, eppure bellissimi.

Altro proposito per il futuro è leggere Walden, vita nei boschi di Thoreau, che pare avere una forte influenza su entrambi questi artisti  e su cui continuo ad inciampare da quando mi sono innamorata dell’Alaska e della natura non addomesticata.

Lasciare la città disumanizzata e vivere nella wilderness, contando sulle proprie forze e su pochi solidi legami, è un’utopia che mi affascina e seduce ma che, al contrario di Paolo e Daniele, non ho il coraggio di mettere in pratica. So vivere la montagna come fuga, come rifugio, ma non saprei trasformarla in luogo di vita, sento che contaminerei i miei sogni con le scorie della vita precedente, a valle. Mi accontento allora di collezionare libri e immagini di questi due, quasi miei coetanei, immaginando per un attimo di accompagnarli nel loro camminare, magari tra le mie montagne.

Paolo Cognetti (Milano, 1978). Scrittore. Di suo ho letto finora Manuale per ragazze di successo, Sofia si veste sempre di nero, Il ragazzo selvatico e Le otto montagne. In questo post parla del suo rapporto con Daniele che ha dato anche origine a uno dei suoi racconti.

Daniele Girardi (Verona, 1977). Artista. Negli ultimi anni si è dedicato al rapporto tra esperienza nella wilderness e arte visiva. Attualmente è stato impegnato nel progetto North Way, un ciclo di residenze nelle foreste del nord Europa (qui  e qui il suo diario per immagini). In precedenza si è dedicato all’esplorazione della Val Grande (vedi qui), dove ha portato anche Paolo. Di seguito alcune immagini sulle sue esperienze nelle Terre del Nord.

 

Di seguito qualche ricordo di una serata emozionante, in cui ho rivisto un amico e ho potuto scambiare qualche parola con un autore che ammiro e che temo di aver tediato con inopportuni racconti di viaggio… scusami Paolo!

 

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Impressioni di Sicilia

Impressioni di Sicilia

Sferracavallo isola femmine

Per una serie di fortuiti eventi, troppo lunga e noiosa da spiegare, quest’anno abbiamo già consumato il nostro buono viaggio dell’estate acchiappando un volo low cost per Palermo e fuggendo dalla piatta pianura per ben quattro giorni.

Non ero mai stata prima in Sicilia e ne sono rimasta innamorata. I colori, i profumi, il cibo, la bellezza, i contrasti, la gente: piccoli assaggi che mi hanno lasciato il desiderio di tornare il prima possibile.

Chi mi conosce sa che sono una fanatica dell’organizzazione dei viaggi, cerco di sfruttare al meglio ogni momento e di cogliere il senso delle città che visito. Questo non vuol dire battere a tappeto tutti i monumenti, musei e chiese spuntando a una a una le attrazioni segnate nella guida. Significa parlare con la gente, mangiare la cucina tipica, perdersi nelle strade girando senza meta e visitare almeno i punti fermi che definiscono una città, che siano chiese, ristoranti o punti panoramici.

Anche a Palermo è stato così. Purtroppo non potevo contare sulle mie solite energie e sull’invincibilità del mio stomaco e ho dovuto fare delle scelte. Niente panino con la meusa o con le panelle, niente granita siciliana ma una dedizione totale ai dolci: in tre giorni sono riuscita a mangiare 4 cannoli, 1 cannolicchio, 2 cassatine e un’iris. Tenendo conto che ultimamente mi tocca mangiare come un uccellino sono molto soddisfatta. Peccato aver scoperto che non riuscirò mai a prepararmi da sola il cannolo siciliano: bisogna essere consapevoli dei propri limiti, soprattutto in cucina. Ora sganciate il nome di una pasticceria siciliana nei dintorni di Padova che quella in Piazza Mazzini ha appena chiuso!

Punta Raisi

Quando siamo atterrati a Punta Raisi, la prima impressione che ho avuto è stata di stupore. Nella mia totale ignoranza sulla geografia dell’isola, credevo di trovarmi davanti una terra piatta, non montagne tagliate nella roccia e verdi prati quasi verticali. Il contrasto con il mare azzurro, gli scogli neri e la natura dirompente delle bouganville e delle piante grasse, onnipresenti anche in autostrada, mi ha subito affascinato. Poi di colpo mi sono commossa, mentre passavamo l’uscita per Capaci, e ha iniziato a formarsi in me l’idea che la Sicilia sia più generosa con la natura che con gli uomini.

Siamo arrivati il sabato pomeriggio. La sera prima il Palermo aveva ratificato la promozione in serie A con record storico di punteggio. La città era colma di bandierine rosanere, manifesti ed esaltazione: le gioie del calcio, sport che non seguo ma apprezzo quando sa unire ed esaltare i cuori. Per fortuna questo è stato un fine settimana lungo di festa e la città era quasi deserta: abbiamo preso un’auto a noleggio e siamo riusciti a riconsegnarla integra alla fine della vacanza.

Ora, se posso dare un consiglio, guidare in centro a Palermo è un’esperienza per pochi: ci vogliono nervi saldi, capacità di adattamento e riflessi istantanei. Il traffico è lento, si viaggia generalmente sotto i limiti, ma la precedenza è una questione di volontà, la segnaletica orizzontale è inesistente e l’uso delle frecce di segnalazione è perso nella notte dei tempi. Immaginatevi una gran confusione con file di auto che si fanno e si disfano mentre le strade, perfettamente asfaltate, si allargano, si restringono, si chiudono di colpo. Motorini e pedoni appaiono da tutti i lati, le bancarelle occupano gli angoli degli incroci, il parcheggio è creativo, sia nella scelta degli stalli di sosta che nelle manovre di entrata e uscita. Un microcosmo con le sue leggi non scritte.

Il sabato pomeriggio siamo riusciti a parcheggiare, conoscere la nostra ospite e subito fare un giro per il Capo, una zona del centro storico, e vedere la Cattedrale illuminata dagli ultimi raggi del tramonto. A seguire una deliziosa cena di pesce all’aperto dove ho scoperto le polpette di sarde, divine! Abbiamo passeggiato per vie e vicoli, in una notte fresca dove il profumo delle bouganville copriva quello dei cumuli ordinati di spazzatura, gatti magri dalle lunghe gambe saltavano tra macerie e splendidi palazzi. Magnificenza e decadenza, strettamente intrecciate, come se una non potesse esistere senza l’altra.

La domenica è stata dedicata alla visita del centro antico della città: l’Albergheria, con Ballarò, la Kalsa e la Vucciria. Ho imparato che il centro antico è diviso in quattro zone: al centro ci sono i Quattro Canti, all’intersezione tra via Maqueda e via Vittorio Emanuele. Lungo queste direttrici si sviluppano i quattro quartieri storici, mentre verso ovest c’è la città ottocentesca. Tutto intorno si espande Palermo, immensa.

Abbiamo iniziato con il Palazzo dei Normanni e la Cappella Palatina. Era prestissimo e siamo riusciti a vederla da soli, senza gruppi rumorosi di turisti. Un’esperienza forte che mi ha commosso: si entra in questa cappella ricavata al primo piano del palazzo, sede del Consiglio Regionale, e subito si viene investiti dalla ricchezza dell’apparato musivo, un bagno d’oro dove si fondono le arti delle maestranze bizantine, mussulmane e latine, in una ricchezza di personaggi e dettagli che chiede di essere ammirata e studiata con calma. Tutto è bellezza, tutto è rifinito con cura, non esistono spazi vuoti ma solo elegante decoro. Un gioiello che da solo merita il viaggio.

Anche il resto del Palazzo merita la visita, con le sue ampie sale, i ricchi arredi e questa commistione di stili che rende nuova e affascinante la visita. Era domenica e quindi quasi tutte le sale erano aperte, se volete visitarlo vi raccomando di studiare bene i tempi perchè essendoci uffici pubblici spesso molte non sono accessibili, la stessa cappella è visitabile per brevi fasce temporali in cui facilmente si accumulano turisti e comitive.

Usciti dal Palazzo ci siamo immersi nell’Albergheria e attratti dalle cupole rosa abbiamo raggiunto S. Giovanni degli Eremiti e il suo incantevole giardino con un delizioso chiostro, molto più belli della chiesa in sé, piuttosto spoglia.

Tornando sui nostri passi abbiamo raggiunto Piazza della Vittoria, con il bel giardino di Villa Bonanno, ricco di palme dietro le quali spunta il profilo della cattedrale. Domenica era giorno di comunioni e le chiese erano gremite di bambine vestite da spose e parenti in gran tiro. Siamo riusciti a vedere poco delle prime ma ci siamo rifatti con le seconde: e quando ci ricapita? Girovagando per le strette viuzze siamo arrivati al mercato di Ballarò: un tripudio di pesce fresco, frutta e verdura, cibo di strada e bancarelle con qualsiasi tipo di merce. Mi ha colpito vedere uomini che vendevano pacchetti di sigarette, i grossi tonni e i pescespada che riempivano la vista, tanti tipi di ortaggi che qui al nord non ci sono, siciliani, africani e indiani che lavoravano fianco a fianco senza inutili ghettizzazioni, animali, cover di cellulari, urla e risate, tanto lavoro e tanta gentilezza. Seguendo il nastro di bancarelle abbiamo attraversato piazze, vie fatiscenti, visto chiese e palazzi imponenti e corrosi dal tempo e dall’incuria. Pareva di essere sul set di un film, mi aspettavo da un momento all’altro di vedere una telecamera sulla mia testa, tanto la scena era densa.

Usciti dall’Albergheria ci siamo trovati alla fine di via Maqueda e abbiamo iniziato la risalita verso i Quattro Canti. L’obiettivo era cercare un posto dove mangiare, ma non abbiamo potuto fare a meno di fermarci a vedere La Martorana, la Chiesa di S. Cataldo lì a fianco, S. Caterina, la fontana della vergogna (fontana Pretoria) e la chiesa di San Giuseppe dei Teatini. Solo quest’ultima era visitabile, le altre ci aspettano per il prossimo viaggio.

Nel pomeriggio abbiamo cambiato scenario e ci siamo portati in Piazza della Marina, nella Kalsa, dove abbiamo sbirciato gli ultimi banchetti del mercato delle pulci e ci siamo riposati nel bellissimo parco all’ombra di un imponente ficus magnolioides, il più antico di Europa. Si tratta di un albero straordinario: il fogliame lucido ricorda quello della Magnolia mentre la struttura è composta da colonne che si espandono tutto intorno a sostenere la pesante chioma. Sono le radici che scendono direttamente dai rami e fanno da sostegno naturale a questa pianta meravigliosa, tipica delle foreste pluviali. Per chi si ricorda sembra l’albero dove la piccola Flo e la sua famiglia costruivano casa nell’isola deserta. Come potevo non innnamorarmene? L’esemplare europeo più grande è sempre a Palermo, all’orto botanico, ma purtroppo non ho avuto tempo per vederlo (e io adoro gli orti botanici).

La nostra esplorazione della Kalsa è continuata con Piazza della Magione e S. Maria dello Spasimo. In tutti e due i casi si tratta di ruderi impressionanti: il primo è rimasto a testimonianza dei bombardamenti subiti dalla città, la seconda è stata recuperata dopo aver subito diversi cambi d’uso nei secoli, anche se la volta crollata nel Settecento non è più stata ricostruita. Sono spazi urbani ricchi di significato, riportati in vita nonostante la desolazione in cui si trovavano. La piazza è diventata sede della movida giovanile, luogo d’incontro per concerti e manifestazioni pro legalità. Nella chiesa e negli ambienti attigui si svolge il Seacily jazz festival.

Non ancora sazi di cibo panormita, ci siamo diretti all’Antica Focacceria S.Francesco, luogo simbolo di Palermo, dove abbiamo gustato l’arancino alla norma più buono della nostra vita! Peccato fossimo piuttosto sazi altrimenti avrei razziato l’intero bancone.

Decisi a terminare il giro del centro storico, ci siamo diretti alla Vucciria dove abbiamo vagato senza meta trovandoci prima in piazza Garraffello, una piazza fatiscente sede di numerose installazioni artistiche abusive, con tanto di artista che arringava la folla, poi siamo sbucati sulla solita via Maqueda e infine ci siamo diretti verso il porto, ricordandoci così che Palermo si sviluppa lungo la costa.

Il giorno successivo doveva essere dedicato ad almeno un bagno in mare (l’acqua è terribilmente invitante) ma il brutto tempo ha modificato i nostri piani. Siamo così partiti alla volta di Monreale dove abbiamo visitato la famosa cattedrale con uno dei chiostri più belli che abbia mai visto, con le sue colonne binate ricoperte di mosaici, i capitelli finemente scolpiti e il contrasto tra la pietra calda, gialla, e il verde del giardino, con un ciuffo di palme al centro come ciliegina sulla torta. Il tempo di un cannolo e di una larga occhiata alla conca d’oro dall’alto e ci siamo diretti verso Cefalù.

Cefalù è un paesino delizioso il cui nucleo antico si sviluppa su una lingua di terra che si tuffa nel mare. Alle spalle un’imponente monte sulla cui cima si trovano i resti della città originaria, visitabili per chi abbia fiato e voglia, visto che ci vuole un’ora di salita per visitarli. Noi ci siamo limitati a percorrere le vie principali, pedonali e ricche di negozietti, ben curate e ricche di fiori. La pioggia non ci ha permesso di ammirare meglio la città ma la vista dall’alto sulla via del ritorno rimarrà sempre impressa nei miei ricordi.

Non ancora sazi di Sicilia, siamo ritornati verso Palermo, abbiamo saltato Mondello visto il cielo cupo, e siamo andati a Sferracavallo, sul lato opposto rispetto a Punta Gallo. Da lì lo sguardo si apre sul mare, sull’isola delle Femmine, e su un sole capace di incendiare il cielo prima di tramontare dietro un promontorio. Siamo riusciti anche a fare una breve passeggiata nella riserva orientata di Capo Gallo, lungo un bel sentiero immerso nella vegetazione, prati in fiore e enormi piante grasse sferzate dal vento. Un incanto, soprattutto perchè eravamo quasi gli unici escursionisti.

Il martedì mattina, prima di raggiungere l’aeroporto, ci siamo concessi una ricca colazione da Spinnato, nella parte ottocentesca di Palermo. Tutta un’altra città, con le strade larghe ed alberate, palazzi ordinati e negozi d’alta moda. Sono riuscita così a vedere almeno dall’esterno il Politeama e il teatro Massimo, al confine tra due delle tante anime di questa città.

E’ stato un viaggio breve ma intenso, ricco di sensazioni ed emozioni, e mi ha lasciato un forte desiderio di tornare presto in questa meravigliosa isola.

 

il Mart di Rovereto – andar per mostre è bello!

accumulazioni mart

Mettete sul piatto una giornata inaspettata di ferie, una complice disponibile su due piedi e tanta tanta voglia di divertirsi e avrete… il perfetto giro di shopping? No! La perfetta giornata a spasso nell’arte.

Vi vedo, vi vedo che storcete il naso. Non sarete mica di quelli che si annoiano alle mostre? Di quelli che l’arte antica è noiosa, l’arte contemporanea non la capisco e comunque perché chiudersi in un museo quando si può stare fuori?

Probabilmente non avete mai visitato una mostra con me.

Io adoro i musei, le mostre, le esposizioni, i vernissage. Mi esalto come un bimbo in un negozio di giocattoli. Stilo la mia lista di opere preferite e sogno che Babbo Natale me le porti. Ma c’è un trucco. Non vado ad ogni evento a prescindere, non sono un’accumulatrice di esperienze. Mi piace pregustarle, aspettarle, godermele. Possibilmente poco affollate, senza pretese, senza pesantezza. Con naturalezza. Se mi va mi fermo davanti a un’opera per un quarto d’ora, altrimenti corro per le sale riempiendomi gli occhi. I pannelli esplicativi li leggo se ho voglia, le cuffie le evito. Seguo l’ispirazione. Godo dell’arte.

mrs Fog

Se vi avvicinate potrete vedermi ridere, sghignazzare, fare commenti irriverenti. Oppure avrò un’espressione rapita (o sciocca, interpretazione più attendibile) e gli occhi pieni di lacrime. Prenderò appunti, farò foto (solo se si può) o cercherò di entrare in un quadro terrorizzando il responsabile di sala. Se ci sarà da interagire sarò in prima fila, se c’è da raccattare opuscoli mi riempirò la borsa, se la gestione del museo o della mostra non sarà di mio gradimento andrò a esprimere la mia perplessità. Camminerò per chilometri dimenticandomi di bere e mangiare e uscirò sconvolta ma felice.

Credete ancora che una mostra possa essere noiosa? E’ una festa, una scoperta, nuove idee e nuovi stimoli che ti assalgono da tutte le parti.

Il MART di Rovereto mi ha dato tantissima soddisfazione. Se non lo conoscete andateci. Solo l’architettura di Botta merita e la città stessa è un vero gioiellino con le sue sequenze di palazzi e piazze, vie antiche e ben curate.

Il centro di Rovereto:

Obbiettivo primario la mostra su Antonello da Messina.

Bellissima. Andate, accorrete, c’è tempo fino al 12 gennaio. Non accampate scuse.

E’ una mostra concentrata, curata come un gioiellino. Un percorso ad anello ci conduce attraverso le opere e la vita dell’artista. I primi influssi fiamminghi, le suggestioni provenzali, la lezione di Piero della Francesca, le influenze esercitate sulla scuola milanese, l’incontro con Bellini a Venezia e infine il ritorno a casa, a Messina. Tutti questi viaggi e incontri modellano la pittura di Antonello che arriva a condensare in maniera originale il realismo fiammingo e le geometrie rinascimentali italiane.

Questo percorso artistico è ben spiegato dai curatori della mostra, grazie anche al confronto con le opere e gli artisti che a seconda dei casi hanno ispirato o sono stati ispirati dal nostro pittore. Ho gradito molto anche i pannelli esplicativi: concisi ma efficaci, utili per apprezzare in maniera più consapevole le diverse fasi dell’arista.

Tra le opere che mi sono rimaste più impresse il Cristo Benedicenti (Salvator Mundi), La Madonna con bambino del polittico Uffizi-Castello Sforzesco, la Madonna Benson, l’Annunciazione di Siracusa, il Ritratto d’uomo e l’Annunciata di Palermo.

L’annunciata di Palermo

Mi sono innamorata soprattutto delle figure femminili dal volto dolce e lo sguardo lontano, delle figure umane al centro del quadro che emergono prepotentemente dallo sfondo scuro, incorniciate dagli abiti che diventano scene teatrali, quasi elementi architettonici che descrivono una nuova dimensione dello spazio. Particolari descritti minuziosamente eppure perfettamente integrati in una potente visione d’insieme, ricca di vita.

Come sempre mi trovo a pensare quanto siano più emozionanti i quadri originali delle loro riproduzioni: la percezione delle reali dimensioni, i particolari che si svelano a poco a poco, l’energia che si sprigiona dalla tela. La scelta di proteggere alcune opere dietro una teca di plexiglass permette di avvicinarsi tantissimo all’opera, di cogliere le sottilissime pennellate, quasi di caderci dentro.

In questa mostra non era consentito scattare foto così mi sono limitata a prendere appunti e realizzare dei terribili schizzi. Quando la bellezza ti fa dimenticare il pudore!

Allo stesso piano del Mart, all’estremità opposta del corridoio, ancora ritratti ma in chiave contemporanea: L’altro ritratto.

Dal sito della mostra:

“… Al Mart, invece, l’indagine affronta il ritratto contemporaneo, considerato a partire dagli ultimi decenni del XX secolo fino ai nostri giorni. Attraverso quarantacinque opere, scelte come esemplari, la mostra cerca di seguire le sparizioni del ritratto, le sue ricomparse, le sue trasformazioni.

Un’esplorazione che comprende tutte le tecniche artistiche, dalla pittura al video e intreccia diverse generazioni. Il filo conduttore del percorso espositivo è quello del mistero che il ritratto rivela […]. “L’altro ritratto” è contemporaneamente l’altro ritirato, nascosto nel ritratto, inaccessibile al ritratto – e il ritratto altro, differente, che non può più somigliare a un ritratto…”

Le due mostre dialogano tra loro: al centro dell’interesse artistico sono l’uomo e la sua rappresentazione che non possono mai coincidere. Realizzare un ritratto comporta una scelta e una selezione, non potrà mai rappresentare l’interezza dell’uno ma sarà una sua interpretazione, limitata e piegata alla soggettività di chi ritrae e di chi fruisce dell’opera. Un tema decisamente interessante a cui vengono date risposte diverse e originali dagli artisti selezionati. Una mostra da cui si esce con molte domande e suggestioni.

A questo punto converrete con me che sarebbe il caso di fermarsi, mangiare qualcosa e riflettere su quanto visto. E invece no, bisogna almeno sbirciare il piano superiore dove per i dieci anni del Mart hanno allestito La magnifica ossessione. Si tratta di un accumulo eccezionale di opere (2784 oggetti dicono, io non li ho contati!) disposte lungo un cammino  di un chilometro che vogliono rappresentare il rapporto tra il museo e le sue collezioni, fare il punto sulle idee e le suggestioni che lo hanno animato nel suo primo decennio.

Copia di 1

La descrizione mi aveva un po’ atterrito invece è stato un piacere passeggiare per le sale, riconoscere artisti e opere, lasciarsi coinvolgere dall’allestimento spettacolare e mai banale. E, tenetevi forte, si potevano scattare foto. La sindrome del giapponese mi ha colto una volta di più anche se la stanchezza non ha favorito la qualità.

nature morte

Terminata anche questa esposizione abbiamo camminato per Rovereto, dato una sbirciata ai negozi e ai mercatini natalizi, mangiato un boccone e bevuto del vin brulè. Cammina cammina ci siamo trovate di fronte alla casa museo di Depero… Entrare o non entrare? In preda al delirio artistico siamo entrate e ci siamo concesse una visita breve e molto interessante. Colori, forme geometriche, energia e immaginazione futurista. Uno spettacolo. E la scoperta della giornata: la bottiglietta del Campari l’ha disegnata lui!

CreativitaCampariSoda450

ArtVerona 2013

ingresso fiera

Anche quest’anno arriva l’autunno ed è tempo di ArtVerona, la fiera dell’arte veronese, giunta ormai alla sua nona edizione.

Appuntamento fisso da qualche anno, è un’occasione per incontrare vecchi amici e farsi un’idea sulle tendenze del mercato dell’arte, un po’ come le sfilate di moda che hanno imperversato da New York a Parigi nelle settimane scorse.

La prima impressione è stata di una fiera intima: ingresso nascosto, poca pubblicità, stand più ariosi e meno fitti di opere.

Diversamente dal solito sono andata di sabato e la fauna dei visitatori mi è sembrata diversa: meno artistoidi, pochi personaggi eccentrici, molte persone più interessate alle opere che ad apparire. Mancavano anche i gruppi di ragazzi alternativi che di solito danno molto colore, e molto rumore, all’evento.

art verona 2013

Girando tra gli stand ho percepito un’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti: poco pop, pochi colori sgargianti, poche invenzioni atte a stupire e prendere alla sprovvista il pubblico. Al contrario mi è sembrato che si sia voluto dare più spazio a percorsi artistici complessi, strutturati, meno immediati per il grande pubblico ma di livello superiore. In alcuni casi sono rimasta rapita dalla bravura tecnica dell’artista e dalla cura del dettaglio. Come al solito ho visto più di qualche opera che mi sarei volentieri portata a casa e di alcune ho avuto il coraggio di chiedere il prezzo. Peccato che altre spese incombano altrimenti avrei integrato la mia minuscola collezione!

artista con opera 2

La fiera è stata anche l’occasione per rivedere un artista che mi sta molto a cuore e che stimo molto. Da circa un anno ha iniziato un’esperienza di esplorazione di un’area selvaggia, la Val Grande, tra Piemonte e Lombardia. Il contatto con una natura incontaminata, indifferente all’uomo, diventa ispirazione per la creazione di un percorso artistico che è anche personale. Non si tratta di una sfida alla Natura quanto piuttosto di un desiderio innato di conoscenza che porta ad un approccio rispettoso e attento. Per saperne di più potete seguire il sito dedicato o andare a vedere l’installazione alla Feltrinelli di Verona (io mi sono persa la presentazione purtroppo). Lui è Daniele Girardi. Di seguito qualche foto sui suoi lavori esposti allo stand della galleria La Giarina.

Un altro artista che mi ha colpito molto è stato Bianconi: non riuscivo a staccare gli occhi dai suoi vasi di fiori.

BianconiLa maggior parte delle foto le ho scattate nel padiglione 11 (con il cellulare, quindi la qualità è quella che è, scusate!) mentre il padiglione 10 l’ho passato un po’ di fretta: da una parte ero già satura di suggestioni, dall’altra si trattava più o meno dei soliti artisti del Novecento prestigiosi ma onnipresenti.

Vi lascio con alcuni appunti visivi, opere che mi hanno colpito per la loro tecnica e per la loro bellezza e qualche nota personale (trova la blogger…!).