Chi se non noi – esordio di Germana Urbani per nottetempo

Cosa resta dopo aver letto un libro? A volte un’immagine o un sentimento, un’idea, un personaggio. Di certi romanzi restano echi vaghe o pallidi fantasmi. Dopo la lettura di Chi se non noi di Germana Urbani, resta impresso nella retina un colore azzurro nostalgia, come lo chiama l’autrice. È un azzurro fatto di cieli sterminati che si posano sulla linea piatta dell’orizzonte, fatta di acqua e campagna, qualche campanile o torre dell’acqua a contrastare la pesantezza dell’aria, densa di afa in estate, di nebbie negli altri mesi. L’azzurro di Chi se non noi è il sapore della nostalgia di un amore, che è stato tutto e ora sembra essersi mangiato ogni cosa, lasciando odore di marcio, di putrescenza.

Germana Urbani ci racconta un’ossessione e la colloca in un paesaggio che è quello del Polesine, del delta del Po, un mondo dimenticato di una bellezza aspra, semplice.

Maria e Luca, i due protagonisti, appartengono a queste terre e già dalle prime pagine sappiamo che il loro è un amore faticoso, fatto soprattutto di contrasti e silenzi. Lei che vuole allontanarsi, seguire le sue ambizioni di architetto e lasciare un segno nella bioarchitettura, lui che vive con i genitori a Ocaro e si è piantato lì, irremovibile; lei che cerca un nome alla loro relazione, lui che l’accoglie per poi ritrarsi, lasciandola sempre appesa all’amo. Finché non succede che quando lei si spoglia di tutto per amore – via il lavoro a Bologna, via l’appartamento a Ferrara, via i sogni – lui la lascia per un’altra e si prende tutto: the winner takes it all, cantavano gli Abba e Maria cade in un dolore feroce.

Cosa rende speciale questo romanzo? Come si può scrivere ancora d’amore e farne sentire l’urgenza? Accompagnando questa storia nera con una lingua purissima, intinta nelle acque del Delta, fatta di luce e merda ma sempre necessaria. È una storia dolorosa, è vero, ma si ride, si sogna, si soffre. Ci si bea di una scrittura nuova che scorre rapida, avanti e indietro, tra un presente cupo e un passato che solo ora, rivisto, mostra le crepe, gli avvertimenti a cui prima Maria era cieca e sorda. E non lo siamo tutti quando siamo innamorati?

Disse così, con profondo sgarbo. Per la prima volta percepii una nota opaca nell’immagine azzurra che mi ero fatta di lui. Ebbi la sensazione che Luca non conoscesse tenerezza né tantomeno misericordia. Ma non ci diedi peso.

La voce di Maria ci accompagna, ora carica di dolcezza, ora malinconica, a volte dura, volgare, come volgare è la sofferenza del corpo, il suo disfacimento nell’acido del dolore. Sono tanti i temi importanti che sono sostanza di questo romanzo: la storia del Polesine, delle sue alluvioni – non solo quella del ’51-, la vita antica dei suoi abitanti. La sofferenza psichica, che si radicalizza sempre più nella protagonista, portandola sul baratro della follia. La violenza nella coppia, che non è solo fisica, ma prima di tutto è fatta di parole e di gesti che annullano l’altro. La famiglia e le sue storie che ne sono la struttura portante.

Conosco a memoria la tiritera nella testa di mio padre e di quelli della sua generazione. Il Polesine dimenticato da tutti: socialisti, comunisti e soprattutto democristiani. Il Polesine che è rimasto alluvionato. Noi che siamo un impasto di terra e acqua. La tragedia che fa parte di noi, il fango che anche fuggendo lontano ti rimane addosso.

Ci sono forti, tra le pagine, il profondo rispetto e l’amore per un paesaggio unico, già fonte d’ispirazione per artisti come Ghirri, Galimberti, Celati, e la passione per la fotografia di cui l’autrice fa dono alla sua Maria, insieme a ricordi di vita domestica che si mescolano all’invenzione, le danno profondità.

La mia copia di Chi se non noi è morbida al tatto, una foto lucida di Ghirri in copertina, le pagine accoglienti, piene di sottolineature, asterischi, rimandi che ho dovuto segnare durante la lettura. Mi è rimasta addosso la voglia di esplorare terre vicine che non conosco, di riprendere la macchina fotografica, di studiare a fondo qualcosa per poi trasformarlo in storia. Mi restano l’invidia che si fa ammirazione e si unisce all’affetto per l’autrice, una donna generosa, determinata, profondamente colta e attenta alla vita delle persone e alla luce in cui si muovono.

Lì si aspettava come si aspetta qualcosa di eterno e indimenticabile, con quel pizzico di strazio che prima o poi contagia la vita molto più profondamente di una malattia.

Chi se non noi (2021) di Germana Urbani. Edizioni nottetempo, aprile 2021.

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