Madrigale senza suono di Andrea Tarabbia

La caratteristica che amo di più di questo spazio virtuale che è Diari alaskani, è la libertà che ho sempre voluto attribuirgli: libertà di scrivere quando e quanto voglio, libertà di scegliere gli argomenti che preferisco, libertà da pressioni esterne. Non ci sono un calendario editoriale, la ricerca di engagement con il pubblico, la consultazione snervante delle statistiche, il rincorrere con affanno il tema del momento. Posso scrivere cento post su un autore che amo e recuperare un libro uscito più di due anni fa come Madrigale senza suono di Andrea Tarabbia, edito da Bollati Boringhieri nel lontanissimo 2019, vincitore del Premio Campiello nello stesso anno, quando ancora i premi venivano assegnati in presenza, nella cornice fastosa del teatro La Fenice a Venezia.

Mi ricordo che qualche giorno prima della vittoria, esattamente il 10 settembre 2019, come afferma la data sulla mia dedica, la libreria Zabarella di Padova aveva organizzato una presentazione del libro insieme all’autore: gli spazi erano affollatissimi di pubblico e libri e nonostante l’evento fosse durato per ore nessuno si era allontanato. Eravamo tutti presi dalla conversazione tra Andrea Tarabbia, Paolo Zardi (sempre lui!) e Valentina Berengo (la regina delle presentazioni). Un dialogo attorno al romanzo che si era poi esteso alle tecniche narrative e al funzionamento complicatissimo del Premio Campiello, il tutto in un clima leggero e divertito, come non sempre sono le presentazioni, anzi. Ma lo spirito del luogo e dei presenti aveva contribuito alla riuscita di una bellissima serata.

In questi mesi in cui siamo obbligati a una socialità ristretta, l’incontro con il mondo dei libri è quello che più mi è mancato. Ma dalle sue ceneri sono nate numerose iniziative, si sono stretti legami ancora più saldi e inaspettati. Si è creato un mondo parallelo, che di virtuale ha solo l’assenza del corpo nella sua matericità, e ne è nato un discorso a più voci che continua senza esaurirsi, arricchendo e spronando chi ne vuole essere partecipe.

Ho così preso in mano dalla colonna dei libri in attesa questo romanzo che mi attendeva paziente e ho iniziato il mio viaggio nella musica di inizio Seicento, alla corte di Gesualdo da Venosa, principe e madrigalista, la cui storia è segnata da un omicidio che lo prostra e allo stesso tempo lo spinge sulle vette più alte dell’ispirazione.

Andrea Tarabbia è uno scrittore sornione. Ha scritto un romanzo che è un congegno perfetto, ha preso una materia sconosciuta e apparentemente ostica come i madrigali e l’ha trasformata in elemento portante della trama, ha impastato i generi (biografia, romanzo storico, romanzo gotico, memoir) e ne ha tirato fuori un romanzo nuovo, che ha i caratteri del classico nell’ambientazione ma è fondamentalmente moderno nell’approccio.

Il tutto inizia con una lettera di Igor Stravinski, il celebre compositore, a uno studioso americano esperto di Gesualdo: vuole la sua opinione sulla veridicità di uno scritto che ha trovato in maniera fortuita in una libreria di Napoli, mentre si trovava in Italia per conoscere meglio la figura del principe di Venosa, madrigalista di fine Cinquecento al quale ha intenzione di dedicare una sua nuova composizione, il Monumentum pro Gesualdo da Venosa ad CD Annum.

Il romanzo prosegue riportando il manoscritto in questione, intervallato dalle chiose di Stravinski (mai messe a caso, ma funzionali ai fini narrativi), scritto da un io narrante inattendibile che si presenta come Gioacchino, servo e confidente personale del Principe, una figura misteriosa, colta e volgare allo stesso tempo, a cui l’autore delega la narrazione degli eventi, in ordine apparentemente confuso. L’uso di queste due voci permette a Tarabbia di divertirsi tantissimo, spostandosi nello spazio e nel tempo e utilizzando due punti di vista appartenenti a personalità distantissime tra loro, mantenendo comunque unità nella narrazione.

È giusto spiegare a questo punto cosa sia un madrigale: è un tipo di composizione musicale caratterizzato da più voci, a volte accompagnate da strumenti, a tema religioso o amoroso, che ha avuto la sua evoluzione dal Trecento al Seicento e di cui Gesualdo da Venosa è considerato uno dei massimi compositori e che ne ha spinto il genere al massimo della sua espressività.

Madrigale senza suono affianca alla trama avvincente relativa alle vicende terrene di Gesualdo, una riflessione sulla musica e sulla scrittura, su cosa sia il genio e come possano coesistere spiritualità e oscurità all’interno di ciascuno di noi. Gesualdo si trova costretto a uccidere l’amata moglie Maria d’Avalos per difendere l’onore del casato, ma è una decisione politica, a cui si mischiano il dolore per il tradimento subito e la volontà di perdono. Tarabbia cerca di presentarci la figura di Gesualdo andando oltre le cronache dei tempi, cercando di coniugare la sua arte e il suo spirito tormentato con gli atti nefandi che ha compiuto.

Ho trovato molto attuale questo interrogativo che si rincorre sotto traccia: la Bellezza artistica può essere scissa dalla persona che la crea? Dalle sue idee e dai suoi comportamenti? Dobbiamo giudicare le opere con lo stesso metro di giudizio che applichiamo agli autori oppure possiamo pensarle completamente slegate da essi?

Pensiamo ai processi recenti a registi e attori famosi, come Woody Allen o Kevin Spacey, o a scrittori famosissimi come Celine, solo per fare alcuni nomi. Bisogna buttare tutto perché indegni? Non sono d’accordo. Come non sono d’accordo quando si applica il giudizio morale di oggi a personaggi del passato, senza valutare il contesto culturale e sociale in cui erano immersi: è un livellamento pericoloso. Penso però che sia altrettanto difficile, se non sbagliato, slegare un’opera artistica da chi l’ha creata: è necessario tenerne conto, come non si può dimenticare che tutti noi siamo fatti di luce e tenebra e forse l’artista è proprio chi non ha paura di tenere fisso lo sguardo su entrambe.

Madrigale senza suono (2019) di Andrea Tarabbia (1978, Saronno). Bollati Boringhieri, 2019, pp. 377. Romanzo.

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