Un naufragio. Romanzo di avventura e di coppia di Daniele Pasquini

La settimana scorsa sono stata alla presentazione di Daniele Pasquini al festival Arcella Bella, un punto d’incontro estivo nel parco Milcovich di Padova. Il libro lo avevo già letto a metà, incuriosita da una breve recensione, ed ero curiosa di ascoltare l’autore.

Uno tra gli aspetti più stimolanti di leggere letteratura contemporanea (e in gran parte italiana) è, infatti, quello di poter conoscere autori che ci piacciono e indagare il loro punto di vista sulla scrittura. Tra presentazioni, festival letterari, interviste e presenze social, lo scrittore esce da dietro il libro e può avviare un dialogo (o un monologo) con i suoi lettori.

Per alcuni, autore e opera dovrebbero essere sempre disgiunti, forse perché potrebbe mettere in imbarazzo apprezzare il lavoro letterario di una persona dai comportamenti o pensieri socialmente riprovevoli; una forma di censura che non sento di condividere. Il mio approccio però parte sempre dall’opera e ho notato che spesso gli autori che apprezzo su carta incontrano le mie simpatie anche di persona. Non sempre vale il contrario ma non me ne cruccio.

A Padova, città universitaria e dalle molte librerie, indipendenti o meno, le occasioni di ascoltare un autore sono infinite. L’unico ostacolo è il tempo (e la salvaguardia del portafogli) ma quando riesco a organizzarmi è sempre un bel momento da cui torno arricchita, come lettrice e come persona. Non sono una collezionista di dediche (tranne quelle di Sio per mia figlia) ma ne ho chiesto con piacere una a Daniele sia per il piacere di aver ascoltato il suo accento toscano, sia perché ha dato la sua risposta a una domanda su cui mi interrogo da tempo: si può – e in che modo – parlare di amore romantico in un romanzo senza risultare banali o stucchevoli?

Sulle prime sottovalutarono quell’incontro. Era stato bello potersi confidare, ma nessuno dei due gli dava peso. Forse perché le storie d’amore – quando vengono raccontate – cominciano sempre con una scintilla, con un gesto romantico, con attenzioni e piccole prove di felicità, con due persone che sono disposte fin da subito a calare sul tavolo le carte migliori, a tirar fuori tutto l’armamentario del corteggiamento. Nessuno dei due pensava che un amore potesse iniziare così, sbandando per caso, senza difese con cui coprire la ritirata. E invece un’intuizione comune rivelò loro che avrebbero potuto provare a salvarsi a vicenda, a trasformare due vite false in una vita vera.

La soluzione scelta da Daniele Pasquini è quella di unire due generi, avventura e amore, e farne un romanzo letterario in cui la domanda principale alla quale cerchiamo risposta è se i due protagonisti si salveranno.

L’incipit è molto bello e parte con un catalogo di coppie, scoppiate per i motivi che più o meno conosciamo tutti, volenti o nolenti. Già nelle prime pagine si scopre così una delle cifre stilistiche dell’autore: cogliere l’ironia anche nelle situazioni più dolorose (tratto tipico toscano, ci ha rivelato) e far esplodere momenti di intensa tenerezza.

Tutto il romanzo, infatti, è un susseguirsi armonioso di dolore e piccole gioie, fatica e risate, serietà e volgarità. Come è poi la vita, anche se in maniera più disastrata.

Un naufragio parla di una coppia, Tommaso e Valentina, appena sposati e già in crisi. Il viaggio di nozze alle Seychelles, una soluzione di comodo che in realtà non entusiasmava nessuno dei due, è giunto al termine e devono solo raggiungere l’aeroporto principale con un breve volo privato su un piccolo aeromobile. Che precipita. I due si salvano e approdano su un’isola disabitata dove si trovano in completa balia della natura e dei loro nervi. La narrazione si sposta ora su uno ora sull’altra protagonista, con spostamenti temporali dal presente dell’isola alla genesi della loro storia d’amore.

La lettura procede avvincente e, a mano a mano che l’autore li mette di fronte alle difficoltà e ai loro limiti, ha il pregio di conferire sempre più spessore ai due personaggi, fino a renderli persone, attingendo a quel bagaglio di errori e speranze che un po’ tutti condividiamo quando si parla di sentimenti.

Nonostante le infinite interruzioni (uno dei motivi per i quali le mie letture sono drasticamente calate di numero quest’anno) Pasquini ha saputo tenermi avvinta alla sua storia e mi sono trovata a sottolineare paragrafi interi, intenerita e commossa da questa continua ricerca di salvezza che mi sento di condividere.

Un naufragio di Daniele Pasquini. SEM edizioni. 2022

Libri di libri: il modo migliore per superare il blocco del lettore.

Domani è un posto enorme. Un’amicizia con Chuck Kinder – di Nicola Manuppelli

Se qualcuno ci avesse fatto caso, la mia lista di libri letti nel 2022 è molto più breve rispetto agli anni scorsi. Ci sono stati motivi pratici ma soprattutto c’è stato un blocco della lettrice sconfortante, che per alcuni mesi mi ha fatto prendere in mano molti libri e chiuderne la lettura di nessuno. Sono cose che capitano, tocca accettarle e aspettare che passino da sole. Magari con l’aiuto di un libro magico.

Domani è un posto enorme. Un’amicizia con Chuck Kinder è uno strano tipo di libro: un po’ biografia, un po’ memoir, un po’ romanzo, è soprattutto una storia di scrittori e di libri. E leggere un libro di libri porta sempre un calore confortante, soprattutto se ti fa entrare nella cerchia di un autore leggendario (e misconosciuto, almeno qui in Italia) come Chuck Kinder.

Nicola Manuppelli è scrittore, editor, traduttore infaticabile e infinito dispensatore di aneddoti. Afferrato l’incarico di portare in Italia nuovi autori americani, propone all’editore il circolo di Stanford, la cui anima pulsante è lo scrittore e docente di scrittura creativa Chuck Kinder. Inizia così un percorso che cambierà la sua vita e la sua scrittura, proprio a partire dall’incontro con Chuck e con i suoi amici, tutti scrittori più o meno famosi.

Nicola Manuppelli e Chuck Kinder

Sia il titolo, sia il carattere dell’opera, sono un omaggio a Kinder e alla sua poetica: è lo stesso scrittore americano che sceglie Manuppelli come biografo ufficiale, non senza prima raccomandarsi di scrivere un libro che sia soprattutto di Nicola. Il materiale raccolto è tantissimo: ci sono gli scambi epistolari (migliaia di email che attraversano l’oceano), le foto, aneddoti ascoltati direttamente da Chuck e dai suoi amici o vissuti in prima persona da Nicola. Difficile organizzare tutto in maniera organica ma Manuppelli trova la chiave di lettura, ovviamente suggerita dallo stesso Kinder: la faction, neologismo nato dalla fusione tra fiction (finzione) e fact (fatto).

Vivere per scrivere è diverso da raccontare qualcosa dopo che è successa. È farla accadere.

La nostra vita è fatta di storie, basta accorgersene per poterle raccontare: già nel momento in cui viviamo possiamo scrivere un nuovo racconto e viene quindi naturale forzare un po’ gli eventi, o la loro interpretazione, o il loro ricordo, per renderli una storia interessante da essere raccontata. Con uno spirito giocoso, ironico e fortemente narrativo ci viene quindi proposto un qualcosa che non è detto che sia vero ma di sicuro è verosimile e affascinante. Un ottimo modo anche per confondere il lettore e mantenere un certo grado di riservatezza anche raccontando fatti realmente accaduti. Perché chi può dire quanto di vero ci sia in quello che leggiamo, quando è lo stesso Kinder a inventare una mitologia di se stesso, a dare più versioni degli stessi fatti, a scombinare gli eventi per lasciarci incantati e dubbiosi allo stesso tempo?

Chuck teneva il mostro* in cantina, vicino a un sacco da pugile. Era alto come una persona e per anni ci aveva fatto tanto a pugni quanto con il sacco. Perché? Perché tutto si può raccontare. Il mondo è una tale miniera di storie che spesso non sappiamo come metterci il tappo. Basta vederle. Chuck diceva che gli uomini per il settanta per cento sono composti da acqua, per il resto da storie.

(*) si riferisce al manoscritto originale di Lune di miele che Kinder aveva impiegato anni per scrivere.

Quest’opera ha un’altra caratteristica fondamentale: è intrisa di tenerezza. C’è amore per la scrittura, per i libri, per le donne, per gli amici, per l’avventura. Un romanticismo a tratti dolente ma sempre pronto a ridere di se stesso. Un’ingenuità preziosa, a tratti infantile, che non è un difetto ma una conquista di cuori puri, capaci di passare dalla commozione alla risata gradassa, dall’alcol e le risse al sostegno incondizionato: Chuck Kinder è un maestro che non cerca mai di affossare i suoi studenti ma siede loro accanto e, con pazienza, fa scoprire in loro la voce dello scrittore, una qualità che li accompagnerà per tutta la vita.

Kinder è un aggregatore, un catalizzatore, un acceleratore che mette in movimento le menti e i cuori e genera incontri e scrittura. Intorno a lui tanti nomi importanti della scena americana, a partire da quel Raymond Carver che sarà suo stretto amico, nonostante Kinder gli abbia soffiato Diane, compagna di una vita e pilastro della comunità di scrittori che si aggrega e disgrega attorno a casa Kinder, vegliata dai sacri numi dell’alcol e della scrittura.

Domani è un posto enorme è un libro per chi ama leggere, per chi crede che uno scrittore non debba per forza essere solitario ma possa trarre nutrimento da una comunità di altri scrittori, basata sulla stima e l’amicizia. È il libro perfetto per chi ama sentire raccontare storie davanti al fuoco con (numerosi) bicchieri di vino a disposizione, per chi cerca la sincerità nella scrittura (non la verità), per chi è affascinato dall’America e si esalta a leggere di Bukowski, Carver, Ford, Masters, Ward, e tanti tantissimi altri.

Un effetto collaterale però c’è: la necessità di recuperare e approfondire quella parte di letteratura americana (e non solo) che magari si è solo sfiorata o di cui si ignorava l’esistenza. Per fortuna ci pensa Nicola Manuppelli non solo a suggerirci infiniti autori ma anche a tradurli e portarli in Italia, come ha fatto con Dubus.

Una nota personale: ho avuto il piacere di partecipare a una chiacchierata con l’autore nella cornice della libreria Zabarella di Padova. La libraia Barbara Da Forno ha registrato l’evento (a tradimento) ed è disponibile a questo link: https://fb.watch/dFjzNyPfVM/ anche se vi suggerisco di recuperare soprattutto la lezione informale di Manuppelli (qui: https://fb.watch/dFjCv0u1zF/) su uno dei suoi scrittori di riferimento: Francis Scott Fitzgerald. Leggerne in quest’opera e sentirne parlare da lui mi ha spinto a riprendere in mano il Grande Gatsby. Non c’è nulla di meglio di un libro di libri per spezzare l’incantesimo e ritrovare la voglia di leggere.

Nel finale de Il grande Gatsby, Fitzgerald parla di ciò a cui Gatsby credeva di più, “la luce verde, il futuro orgasmico che anno dopo anno si allontana da noi…”, quel futuro che non importa se ci è sfuggito ma che ci costringe sempre a correre e inseguirlo e allargare le braccia per afferrarlo. È questo il tema delle opere di Chuck; il presente che vive nell’imprevedibile futuro, il passato che vive nel presente. Lui lo dice per scherzo, ma è davvero il punto della questione. Il passato come serbatoio, il domani come proiezione delle nostre storie.

Domani è un posto enorme. Un’amicizia con Chuck Kinder (2021) di Nicola Manuppelli. Casa editrice Jimenez.

SalTO22 – il Salone del Libro di Torino

C’è chi va in India per ritrovare se stesso e chi percorre lunghi cammini a piedi per lasciare spazio ai pensieri di espandersi, poi ci sono io che invece vado al Salone del libro di Torino: ogni volta torno arricchita dall’incontro con gli altri, dalla passione comune condivisa, dall’atmosfera da gita di terza media che toglie un po’ di serietà dalle spalle stanche.

Mentre camminavo verso l’ufficio questa mattina e la quotidianità ricominciava ad apparecchiarsi di fronte a me, riflettevo di come sia un’esperienza che negli anni mi ha aiutato a riconoscere una maggiore complessità: se prima tutto era appiattito sulla stessa frequenza, ogni volta al Salone si aggiungono nuovi toni: bassi, acuti, sgraziati, melodiosi. Si arricchisce anche l’immagine che avevo di me attraverso lo sguardo degli altri: amici cari, conoscenti, persone che stimo o che mi stanno antipatiche a pelle. Il mio pensiero smette di essere statico, non temo più le contraddizioni, rinuncio alle definizioni.

Negli ultimi anni ho scelto di muovermi da sola, senza la stampella emotiva dell’altro. E così ogni Salone è diventato l’occasione per conoscermi, mettermi alla prova. Non potrebbe succedere in un altro posto: l’amore per i libri è tale da travolgermi, supera la paura dell’inadeguatezza, della folla, del timore di essere inopportuna. Il Salone è indipendenza ma non solitudine. Ogni anno la rete di amicizie diventa più fitta, più sicura. Gli ancoraggi più solidi. Per me, che faccio fatica a considerare l’idea che gli altri si possano interessare a me, o volermi bene, è una sfida, è un accettare l’altro e credergli.

In pochi giorni ho camminato trenta chilometri, stretto decine di mani, abbracciato persone alle quali sono davvero affezionata. Ho mangiato a orari improponibili ma mi sono ricordata di farlo, ho preso un taxi perché era troppo tardi anche se avrei preferito camminare, ho litigato con i treni che mi hanno tenuto in ostaggio per ore. Ho scoperto che la liquerizia è l’alleata perfetta contro i cali di pressione mentre la birra, quando fa così caldo da sfocare i contorni, rende lo sguardo più nitido.

Ho ascoltato la mia autrice preferita, Amélie Nothomb, dopo infiniti tentativi di prenotare un posto alla presentazione, e ho pianto per la metà del tempo, per l’emozione di sentirla vicina in certi movimenti della scrittura e del cuore. Ho pianto tanto in generale, sopraffatta da emozioni complesse, ma con una dominante di profonda felicità.

La valigia domenica al ritorno era così piena di libri che si è azzoppata e l’ho trascinata sotto il sole fino alla stazione, sempre fuori tempo ma incredibilmente sempre in orario. Libri di amici, libri in regalo o da regalare, prestiti, romanzi a lungo inseguiti e finalmente trovati.

In questi giorni ho letto post molto belli, brillanti, emozionanti, ricchi di riferimenti e tag alle persone incontrate. Sono convinta che supererei la quota ammessa e questo articolo diverrebbe così lungo che nessuno arriverebbe alla fine, ma che importa? Il tema di quest’anno era cuori selvaggi: è una definizione che si adatta bene a molti di loro, che coglie quello scarto dalla quotidianità che in modi diversi mettiamo in pratica, come speranza di salvezza.

I cuori selvaggi sono quelli di Paolo, prima mentore e ora soprattutto carissimo amico; di Alessandro, un talento enorme che finalmente esplode sulla pagina; di Serena, dalla voce esitante e il cuore fermo, piena di grazia; di Carmelo e Alessandra, i due baresi (lei più di lui) che mi accolgono sempre col sorriso e non finiscono mai di stupirmi; di Gianluigi e Edo, che l’amore per loro è troppo grande per scriverlo; di Alex che è solido e inafferrabile allo stesso tempo; di Christian che scrive con le immagini e usa la macchina fotografica come un microscopio dell’anima; di Angelo e Francesco che mi fanno sempre sentire a casa, dentro e fuori il Salone; di Giovanni che rimane fedele al suo sguardo e alla sua passione; di Silvia e Sara che sono uscite dallo schermo per farsi finalmente abbracciare; dei veneti che ormai hanno colonizzato gli stand e che a volte trascuro perché so che posso rivederli anche se ho bisogno di sapere che ci sono: Enrico, sempre obliquo se non sottosopra, e Federica, rassicurante e ironica controparte; Germana, spumeggiante e acuta, distratta e presente; Giuseppe, la serenità mai scontata; Andrea con cui ci siamo dati il cambio quest’anno ma c’era lo stesso; Lucia dagli occhi raggianti che sorride e brontola allo stesso tempo; Elena che sembra sempre lì per caso ma non si lascia fermare da nulla pur di stare insieme; Alessandra che ha fatto sentire la sua assenza ma sono sicura sarà l’ultima volta.

Guest star si confermano anche quest’anno gli scoiattoli del Valentino mentre la canzone di chiusura non può che essere dei Subsonica che mi hanno accompagnato per tutto il viaggio di ritorno e hanno contribuito a costruire il mio amore mitologico per questa città.

A presto, Torino.

Un altro giorno, un’altra ora, ed un momento

Dentro l’aria sporca il tuo sorriso controvento

Il cielo su Torino sembra muoversi al tuo fianco

Tu sei come me

Conversazioni sul rapporto tra musica e scrittura

Passata l’euforia sanremese, in attesa della follia dell’Eurovision, c’è sempre spazio per ampliare il proprio sguardo sul panorama musicale, magari accompagnati dalle voci di ottimi scrittori.

Ognuno di noi ha la sua personale cultura musicale, legata ai propri gusti, certo, ma anche alle influenze ricevute negli anni: la famiglia, gli amici, gli amori; e poi le canzoni che hanno fatto da colonna sonora a eventi importanti della nostra vita, singolari o collettivi, o quelle che ci restano appiccicate addosso come un chewingum alla scarpa e non ce ne sappiamo più liberare.

C’è una memoria sonora in ognuno di noi, capace di entrare in connessione con una parte intima e sincera, magari contraddittoria e sfaccettata, e ci sono canzoni in grado di toccare punti della nostra anima e svegliarli dalla parestesia in cui erano precipitati, anche solo per i tre-quattro minuti di una traccia nelle cuffiette.

In questi giorni esce per Arcana editore Ti racconto una canzone, a cura di Massimiliano Nuzzolo, in collaborazione con Eleonora Serino. Si tratta di una raccolta di racconti scritti da una quarantina di autori diversi, tutti accomunati dal legame con una canzone specifica.

Scorrendo la lista degli autori (come faccio per ogni rivista letteraria o raccolta che mi capita tra le mani) ho riconosciuto tre scrittori – tre amici – con i quali mi sarebbe piaciuto approfondire su più fronti il rapporto tra scrittura e musica. È nata così l’idea di un’intervista qui sul blog (la prima!) a partire dall’analisi del loro racconto per poi dare vita a un confronto molto interessante, ricco di nuove suggestioni di lettura e di ascolto, e di nuovi spunti di riflessione sull’atto della scrittura.

In ordine del tutto casuale (che sia alfabetico è solo un caso, appunto), iniziamo da Gianluigi Bodi.

Per chi come me bazzica tra riviste letterarie e piccola-media editoria, Gianluigi Bodi è un’istituzione: credo abbia pubblicato con quasi tutte le riviste presenti e future, ha un blog molto apprezzato in cui da tempo immemore recensisce centinaia di romanzi all’anno (senzaudio), collabora con il Premio Comisso per individuare e intervistare i nuovi autori veneti ed è di una modestia imbarazzante ma profondamente sincera. Per Arcana ha scritto il racconto Child is my name, legato alla canzone omonima dei Kemopetrol, primo singolo del gruppo finlandese, uscita nel 1999.

(MF) In che momento hai deciso che avresti trasformato in racconto proprio questa canzone?

(GB) Child is my name ha avuto una genesi che parte da lontano. Ho scritto una prima versione di questo racconto nel 2000 con tutti i difetti che può avere un racconto scritto più di vent’anni fa. La prima versione era abbastanza ingenua a essere buoni. Quando Massimiliano Nuzzolo mi ha chiesto di contribuire alla raccolta ho scritto di getto un racconto basato su un’altra canzone, un’altra ossessione, ma era troppo lungo e non volevo tagliarlo perché mi sembrava di snaturarlo. Mi è tornato in mente Child is my name e ho deciso di riscriverlo senza rileggere la versione precedente e devo dire che sono molto felice del risultato.

(MF) Ogni autore ha i suoi scrittori di riferimento, ma qual è la musica che senti più vicina al tuo modo di scrivere? C’è un autore o un gruppo musicale che senti affine e se sì, coincide con la musica che ascolti più volentieri o sono due mondi musicali distinti?

(GB) Ho sempre ascoltato tanta musica fin da quando ero bambino, ma ovviamente i gusti sono cambiati con il passare degli anni. Non so dirti se ci sia un autore o un gruppo musicale che sento affine, ma di sicuro c’è un parallelismo tra un certo tipo di musica che ascolto, le sensazioni che questa musica provoca in me e la voglia di provocare le stesse sensazioni in chi legge le cose che scrivo. Si tratta di musica che oserei definire delicata nelle atmosfere, sussurrata più che gridata. Mi riferisco ai Koop, ai Thievery Corporation, agli Zero7 e al progetto Tosca. C’è qualcosa in questo genere di musica elettronica che riesce a smuovere la malinconia che è in me.

(MF) Quando scrivi ascolti musica? E trovi che influenzi più il tuo stato d’animo o il ritmo della pagina?

(GB) Dipende. Non ho una routine definita. Mi capita di ascoltare musica, ma di solito si tratta di pezzi che in qualche modo devono servire da sottofondo e isolarmi dal mondo esterno. Se mi metto a canticchiare la canzone che sto ascoltando allora significa che ho scelto male il tappeto sonoro. Però devo dire che il più delle volte scrivo senza sottofondo e credo che sia una cosa che ha a che fare con l’età e una certa difficoltà a tenere la concentrazione se distratto da stimoli esterni.

(MF) Il tuo racconto inizia al mare, ai bordi di una spiaggia assolata, ma è pervaso da un’intensa sensazione di struggimento, dal presentimento di una disperazione senza uscita che poi, nel corso della narrazione, trova il suo scioglimento. La canzone dei Kemopetrol ha tinte blu, sonorità elettroniche che portano alla notte, al freddo, eppure c’è lo stesso dolore sussurrato. Leggendo poi il loro testo le analogie diventano più evidenti: è bello il gioco di cercare le immagini che hai trattenuto e che si sono incardinate nel racconto. Spesso, quando leggo i testi delle canzoni, mi resta un senso di incompiutezza, di un accenno a qualcosa che non posso capire completamente. E lì resta spazio per la nostra immaginazione e i nostri sentimenti. È anche per te così?

(GB) Ogni canzone, o meglio, ogni buona canzone è, secondo me, prima di tutto un dialogo tra chi l’ha scritta e chi la ascolta e come in tutti i dialoghi che si rispettino è facile che qualche pezzo venga a mancare o che il messaggio venga mal interpretato. A me è sempre piaciuto quell’aspetto della musica che fa sì che la ricezione sia sempre personale, che ognuno di noi ami una canzone per i motivi più disparati. Se ci pensi anche quando leggi un racconto o un romanzo o una poesia c’è una parte di te che dice: non so se ho colto tutti i riferimenti ma quello che ho capito mi piace. E poi magari ti metti a parlare con qualcuno che ha letto lo stesso libro e quando ne parlate vi sembra di aver letto libri diversi. Quando una canzone mi resta dentro di solito significa che c’è qualcosa che mi ha colpito, qualcosa che può essere un’immagine, un determinato gioco sonoro, una strofa o magari l’energia o l’atmosfera che crea.

(MF) Mentre pensavo a questa intervista, mi chiedevo quanti e quali sono i romanzi recenti che hanno la musica come elemento portante della scrittura. Il primo che mi viene in mente è Madrigale senza suono di Andrea Tarabbia, vincitore del Campiello nel 2019, oltre al classico Alta fedeltà di Nick Hornby. Tu che leggi molto più di me hai in mente altri esempi?

(GB) Di norma non riesco mai a ricordare dei libri in base al tema che trattano. Hai presente quando qualcuno ti chiede di nominargli un libro che parla di insetti e tu al massimo riesci a tirare fuori dal cervello solo la Metamorfosi? Con la musica è la stessa cosa. Al di là dei due che citi tu e che ho letto anche io con molta soddisfazione, mi vengono in mente Beautiful Music di Michael Zadoorian uscito per Marcos Y Marcos che racconta la storia dell’educazione musicale di un bambino a cui muore il padre e Parli del diavolo di Michael Poore edito da E/O, un libro che dà un’immagine di Satana molto interessante. Ne avrò letti di sicuro altri e ce ne saranno molti altri lì fuori, ma al momento questi sono quelli che mi sono venuti in mente.

(MF) Mi regali una canzone di nicchia e una canzone ultra pop alle quali sei legato e che vorresti condividere con chi sta leggendo?

(GB) Per quel che riguarda la canzone ultra pop, pur non essendo sicuro che si possa definire tale, devo dire che sono molto legato a When I’m small dei Phantogram. Ormai la frase “Ho consumato il disco” non si può quasi più dire, ha perso gran parte del suo significato, ma se il gruppo ha guadagnato dagli streaming è anche merito mio. Non stiamo parlando di un capolavoro della musica mondiale, ma si tratta di una canzone che è arrivata al momento giusto e che mi rievoca ricordi molto belli, quelli di quando è nato mio figlio. Per trovare invece una canzone di nicchia bisognerebbe controllare il numero di streaming di ogni canzone che ascoltiamo perché quello che è di nicchia per noi potrebbe essere un successo esplosivo per una fetta di mercato ben definita. Ascolto sempre molto volentieri Bright Nights dei Koop. Si tratta di un pezzo elettronico, uno di quelli che mi trasmettono sensazioni profonde. Al momento ha poco più di 900 mila ascolti su Spotify, ma considerando che la metà saranno miei penso di poterla definire canzone di nicchia.

***

Il secondo autore con il quale ho avuto piacere di discorrere – tanto – di musica è Edoardo Ghiglieno.

Edoardo Ghiglieno è uno scrittore ma soprattutto è un frequentatore assiduo di concerti, con un monte ore di ascolti musicali di gran lunga superiore alla media nazionale. Il suo racconto si intitola Perfect Blue Buildings e si ispira alla canzone omonima dei Counting Crows del 1993.

(MF) Come scrittore so che sei più abituato a confrontarti con la forma lunga del romanzo, eppure in questo racconto sei riuscito a condensare la storia di un uomo, schiacciato dalla vita e da incontri che lo hanno solo accompagnato nel suo destino, senza permettergli una deviazione salvifica. Il fatto di aver dovuto scegliere una sola canzone e concentrarsi su questa ti ha in qualche modo aiutato? E come?

(EG) È stata un’esperienza davvero piacevole, anche perché mi è stato chiesto di fare qualcosa che ho spesso desiderato: trasformare le sensazioni e le immagini che scaturiscono dall’ascolto di una canzone in qualcosa da raccontare. L’immaginario legato a questo brano poi, mi accompagna da molti anni ormai e nel tempo ha assunto le forme più diverse. Questa è l’ultima e prende le mosse da una frase che ricorre ogni volta prima del ritornello: “Help me stay awake, I’m falling…”. È storia di un uomo che è caduto troppe volte e si rende conto che non c’è più niente e nessuno che possa aiutarlo a restare in piedi.

(MF) Ho letto il tuo racconto ascoltando la canzone dei Counting Crows è la combinazione è stata letale: ho sentito distintamente sfilacciarsi a ogni paragrafo quel muscolo che chiamano cuore. C’è un certo tipo di musica che ci permette di avvicinarci di più al nucleo della nostra tristezza, di immergerci dentro e uscirne in qualche modo purificati, con un effetto catartico, e così succede a volte anche con la scrittura. Tu, oltre che scrittore, sei anche musicista: trovi che sussista questa analogia tra musica e scrittura? Hanno per te la stessa risonanza?

(EG) Trovo che questa analogia sia molto forte. Spesso, quando parlo di un autore di libri che ho amato e provo a trasmettere quello che provo, ricorro a questa immagine. Penso che la voce di uno scrittore, la sua capacità di raccontare una storia e i propri personaggi, possano produrre lo stesso fenomeno che scaturisce dalle onde sonore di una canzone che ci emoziona e ci commuove. È fisica: qualcosa che entra in assonanza con il nostro essere e produce una risonanza emotiva proprio come le canzoni e le melodie che amiamo di più.

(MF) Nel tuo racconto c’è una struttura con uno schema ricorrente, manca un ritornello ma per il resto ricorda molto la costruzione di un testo musicale. È una scelta voluta in partenza o il ritmo della musica ti ha portato a concepire il racconto in questo modo e poi hai solo assecondato questa direzione?

(EG) Ogni volta che scrivo qualcosa, un racconto o un capitolo di un romanzo, parto sempre da un’immagine, una visione, spesso improvvisa, che mi appare quando penso alla storia che voglio raccontare. Questo racconto è nato così e, una volta delineata la trama, sono arrivate le altre immagini. Non è stata una stesura lineare, ho scritto di quelle visioni e poi le ho montate legandole alla linea narrativa principale. Quindi sì, direi che hai proprio colto nel segno, sembra la genesi di una canzone.

(MF) Spesso i musicisti sono anche scrittori, abbiamo parlato molto insieme di Motel life di Willy Vlautin, hai in mente altri autori o romanzi intimamente legati alla musica?

(EG) Il primo autore che mi viene in mente è Nick Hornby e il suo romanzo Alta Fedeltà che ho adorato. Poi penso a Nickolas Butler e la sua Shotgun Lovesong, altro libro per me epocale, in cui il personaggio di Lee è ispirato dal cantante Justin Vernon (frontman dei Bon Iver) di cui lo scrittore è amico. C’è parecchia musica anche ne Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, romanzo strepitoso a cui è stato meritatamente assegnato il Pulitzer nel 2011. Chiudo con Cristò e il suo Restiamo Così Quando Ve Ne Andate, un romanzo bellissimo e struggente dove la musica è uno dei protagonisti principali.

(MF) Mi regali una canzone di nicchia e una canzone ultra pop alle quali sei legato e che vorresti condividere con chi sta leggendo?

(EG) La canzone ultrapop che scelgo è A Change Of Heart dei The 1975. L’ho scoperta per caso poco più di un anno fa e non sapevo niente di questo gruppo che ho appreso invece essere famosissimo in Italia e nel mondo. Perché mi piaccia così tanto non l’ho mai capito, ma penso che abbia a che fare con il discorso qui sopra sulla “fisica delle emozioni”. Pescare nelle mie nicchie è sempre interessante, ma non è per nulla facile fare delle scelte. Dico Red Sky Radio (Baby Baby Baby) dell’ultimo album degli Elbow. Questo brano è la summa di quello che amo di loro in termini di melodia, armonizzazione ed esecuzione. Loro sono dei musicisti meravigliosi e anche il testo, nella fattispecie, è molto bello ed evocativo.

***

Il terzo e ultimo autore con cui ho avuto il piacere di confrontarmi è Carmelo Vetrano.

Carmelo Vetrano è un autore raffinato, dai gusti letterari e musicali mai banali. Suoi racconti sono comparsi su numerose riviste ed è prossimo all’esordio nella narrativa insieme a Laurana Editore. Per Arcana ha scritto il racconto Hawa, legato a Ode to sad disco di Mark Lanegan (2012).

(MF) Un aspetto interessante che è emerso anche solo dall’analisi di questi tre racconti, il tuo e quelli di Gianluigi Bodi e Edoardo Ghiglieno, è il modo personale e diverso con il quale avete interpretato la traccia suggerita dal curatore, Massimiliano Nuzzolo: ti racconto una canzone. Il tuo racconto in particolare mi ha stupito perché all’inizio hai trattato la canzone come un elemento narrativo concreto, quasi fisico: il verso A mountain of nails burn in your hands è ricopiato sullo zaino di uno dei personaggi, poi questa frase diventa sempre più importante, fino a esplodere nel finale. Ti chiedo, ti è venuto spontaneo trattare il tema così o prima avevi valutato altre interpretazioni?

(CV) Fin da subito ho pensato che non volevo parlare di una canzone, ma provare a farla sentire inserendola nel tessuto del racconto. Quando ho immaginato il personaggio di Hawa sapevo che quella canzone faceva parte della sua vita, ma non sapevo ancora in che modo sarebbe entrata nel testo; scrivendo si è chiarito tutto. Non ho valutato altre interpretazioni perché, una volta che ho iniziato a scrivere, canzone, personaggio e tema erano elementi ormai indissolubili tra di loro.

(MF) Ascoltando Ode to sad disco e leggendo il tuo racconto c’è un’apparente frizione tra l’ambientazione dimessa e il suono ricco, stratificato e distorto che accompagna la voce graffiante di Lanegan, eppure ho ritrovato l’esatta sensazione di epicità di quando mi trovo a camminare per la periferia urbana con la musica elettronica sparata nelle cuffiette: mi sono chiesta se sia mai capitato anche a Thomas (anche se confido più in Hewa) e tutto ha avuto più senso, i pezzi si sono incastrati in un puzzle diventato tridimensionale. Pensando all’atto della scrittura, la musica può diventare un’ulteriore occasione di osservazione della realtà? E aggiungendo una colonna sonora ai nostri personaggi ne aumentiamo la credibilità o è un procedimento rischioso?

(CV) Trovo normale che la musica entri in una narrazione perché fa parte della vita. Può essere usata come semplice dettaglio realistico, per dare profondità al contesto e alla storia o per essere la protagonista assoluta. Dovrebbe in ogni caso avere una coerenza con quello che si vuole raccontare, o con il vissuto del personaggio, e non essere usata solo come elemento decorativo. La canzone del mio racconto, più che come una colonna sonora, la vedo come un elemento distintivo del personaggio, come potrebbe esserlo un oggetto o un aspetto caratteriale. È un elemento che a un certo punto, però, supera questa condizione di partenza per diventare un ponte emozionale tra mamma e figlio, un ponte che li unisce e nello stesso tempo li condanna a un destino comune. Alla prima domanda ti rispondo invece dicendo che hai ragione a parlare di un’apparente frizione tra ambientazione e suono, ma per me quella frizione è già dentro la canzone: al suono ricco e pieno di cui parli, si accosta una voce graffiata, scavata, che riflette l’oscillare tra vuoto e pieno dello stato d’animo dei due personaggi.

(MF) Nel tuo racconto ci sono molti dettagli accennati e non spiegati, che contribuiscono a dare profondità alla narrazione senza rallentare la storia. È un aspetto che si ritrova spesso nei testi musicali e che unito alle suggestioni della musica contribuisce a creare un’interpretazione personale dell’ascolto. Per te quanto è importante il testo di una canzone? E ha senso valutarlo disgiunto dalla parte musicale?

(CV) Per me musica e testo di una canzone sono un blocco unico, si influenzano a vicenda caricandosi di intensità e significati che da soli non potrebbero avere. Mi interessa poco fare la radiografia di una canzone, sapere come nasce, o smontarla; mi interessa invece quello che l’artista ha deciso di far uscire dalla sua testa/laboratorio per farcelo ascoltare (tra l’altro, potrebbe anche decidere di far nascere un blocco di sola musica o di sole parole). Comunque, a volte ho provato a separare il testo dalla parte musicale, e spesso mi ha deluso: è come voler separare le stelle dalla notte.

(MF) C’è un’analogia che puoi riconoscere tra la musica che ascolti e il tuo stile di scrittura? Ci sono artisti che più di altri influenzano il tuo modo di narrare?

(CV) Mi è sempre piaciuta l’idea di farmi influenzare dalla musica che ascolto, provare a trasferire sulla pagina ritmo ed energia di una canzone, o di un gruppo che amo, ma è un processo che razionalmente non sono mai riuscito a fare; se in quello che scrivo ci sono influenze musicali sono inconsapevoli. Credo comunque che gli ascolti trovino lo stesso una loro strada per arrivare sulla pagina, ma che lo facciano prendendosi del tempo per farsi metabolizzare, scomparire nelle cellule della nostra mente e riemergere attraverso un’altra forma di vita. Non per forza la musica che si ascolta in un certo periodo influenza quello che si sta scrivendo in quel momento; magari lo farà a distanza di mesi o di anni.

(MF) Mi regali una canzone di nicchia e una canzone ultra pop alle quali sei legato e che vorresti condividere con chi sta leggendo?

(CV) Dare avere, Marco Parente. Walk this way, Run DMC.

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I tre racconti citati li potete trovare nella raccolta Ti racconto una canzone A.A.V.V. a cura di Massimiliano Nuzzolo, in collaborazione con Eleonora Serino, uscito a febbraio 2022 per Arcana editore.