Madame Bovary. Riflessioni sparse di una tizia che legge e che scrive.

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Leggere un classico, magari rileggerlo dopo vent’anni, e accorgersi di quanto si era perso in quella prima acerba lettura. Ogni volta. Perché se un libro è considerato un capolavoro, forse è perché non smette mai di parlarci e, a seconda del periodo che stiamo vivendo, cogliamo nuovi significati, nuovi spunti di riflessione.

Sono settimane di letture disordinate. Compro più libri di quelli che riesco a leggere, sto frequentando un corso sulla scrittura (dal quale è partito l’invito a rileggere Flaubert) e ho addirittura scritto un brevissimo racconto. Dopo anni.

Leggere e scrivere sono due aspetti basilari delle mie giornate, ma quando diventano un fatto privato portano con sé un tale grado di emozione che a volte me ne sento soverchiare. A volte l’intensità è tale da essere quasi sofferenza.

Madame Bovary l’ho letto in una quindicina di giorni. Lo scopo era concentrarsi sullo stile, capire e carpire la scrittura di Flaubert. In realtà dopo le prime venti pagine mi sono lasciata travolgere dalla storia, un po’ come Emma con le sue letture romantiche adolescenziali. Da ragazza l’ho trovata un personaggio odioso: sciocca, vanitosa, ingorda di ciò che non poteva avere. Ora invece comprendo di più il suo fascino, il suo tormento, il suo anelito continuo a una vita piena di sentimenti potenti, il disprezzo per la vita scialba di provincia.

Emma è sola. Sola con i suoi demoni. Non ha un’amica, un amante sincero a cui confidare i sentimenti che la agitano. E, lasciata sola, in balia di una mente e di un cuore facili ad infiammarsi, perde il contatto con la realtà, crea un suo mondo di sogno, fatto di fantasmi di amori e ricchezze.

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Emma è un personaggio tragico, complesso e immortale. Perché il disagio che lei prova è comune alle anime sensibili e non può lasciarle indifferenti. Quando Flaubert afferma, al processo contro l’amoralità della sua opera “Emma sono io!”, per me è sincero. Perché anche sue sono le sofferenze di un borghese che rifiuta la sua condizione. I contrasti dell’anima tra la vita che si vorrebbe vivere e l’impossibilità di farlo. Perché nell’uomo ci sono tensioni di assolutezza che possono essere risolte solo in brevi spazi di tempo, che si annacquano nel fango della vita quotidiana, con i suoi ritmi, le sue bassezze, le piccole e grandi meschinità.

Madame Bovary non è però solo passione, anzi. E’ un’analisi dettagliata della piccolezza borghese. L’autopsia di una società marcia. Con sguardo scientifico e non scevro di ironia, Flaubert ci espone la realtà dei fatti, documenta minuziosamente la vita dei suoi contemporanei. E nella bêtise di quegli uomini e donne ritrovo prepotentemente la stupidità della nostra società. Anche quella purtroppo immortale.

Al corso abbiamo discusso a lungo di contenuti e forma. Ed è un piacere pieno poter conversare a piacimento con persone profonde, che condividono la stessa passione. Approfondire, indagare, apprendere, in un colloquio alla pari dove ogni opinione ha pari dignità. Mi rendo conto che mi manca sempre più questo dialogo diretto, il confronto delle idee, e ne cerco succedanei in rete, nei gruppi di lettura, nei blog letterari, nella frequentazione – purtroppo solo virtuale – di altre persone appassionate di lettura e scrittura. Ho fame di bellezza e di intelligenza. Ma temo che non riuscirò mai a sentirmi sazia.

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Cibiana sotto la neve. Magia dolomitica.

Cibiana sotto la neve. Magia dolomitica.

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Tutti noi abbiamo un luogo del cuore, il mio è Cibiana di Cadore.

La neve di questi giorni ha dato nuove sfumature alla luce e all’aria, ha reso ancora più magico questo piccolo paese che tanto sa darmi ogni volta che torno.

Invece di scrivere tante parole, vorrei esprimermi ancora una volta per immagini, sperando di riuscire a trasmettere le emozioni che provo a camminare tra queste antiche case, nella ancora più silenziosa valle, placida sotto la neve.

Il cielo è in continuo cambiamento, luminoso – anche di sera – oppure opaco di neve. Si colora di azzurri, ora intensi ora pastellati. I tramonti accendono l’aria e le montagne, dipingendole con sfumature rosse e rosa.

 

Ci sono mattine così terse in cui le montagne si ammantano di lucente vapore.

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La neve ricopre i tetti, gli stretti passaggi tra le case. Si accumula contro i muri, si ammassa sui pendii.

 

I murales assediati dalla neve emergono potenti nel paesaggio monocromo.

 

Il tempo atmosferico si diverte a mutare aspetto, accendendo e spegnendo i colori nel volgere di pochi minuti.

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Il paesaggio vira bruscamente sul bianco e nero, la neve comincia a cadere ancora, silenziosa.

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Tra queste case e queste motagne ritrovo la mia pace.

E vorrei trasformarmi in animale del bosco per non dovermene mai separare.

IT di Stephen King. Il mio primo incontro con il re.

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Ci voleva la forza di un gruppo, quello degli scratchreaders, per convincermi ad affrontare un autore come King, lontano dalle mie solite letture, non tanto per il genere quanto per la mole impressionante di pagine – milletrecentoquindici! (Era da Anna Karenina che non affrontavo un tomo di simile lunghezza ma almeno questa volta mi sono organizzata con il formato elettronico – e le spalle ringraziano.)

King, allo stesso tempo, ha disatteso e superato le mie aspettative: non mi ha fatto paura,  come temevo, e mi ha stupito per le sue abilità narrative. Durante la lettura non ho potuto fare a meno di ammirare la costruzione della trama: come le singole storie e i diversi eventi  si sono incastrati tra loro fino al finale, in un crescendo armonioso, facile da seguire. Mi sono trovata a notare stupita certe descrizioni, certi vezzi narrativi nei passaggi tra i paragrafi, nel disinvolto spostarsi nel tempo e nello spazio. Da ignorante lo consideravo uno scrittore più dozzinale, come troppi autori di successo abili nel tenere alta l’attenzione del lettore senza essere onesti con lui.

L’onestà dello scrittore è un bisogno mio, del tutto personale, che non so se sono in grado di spiegare: è un patto tra chi scrive e chi legge in cui tu, lettore, ti impegni a leggere il libro, mentre lo scrittore promette di mettere tutto se stesso in quello che scrive, di essere sincero nella finzione, senza trucchetti o colpi bassi, profondendo il massimo impegno, prosciugando le proprie forze intellettive ed emotive. Insomma, voglio sentire che quello che leggo è scritto per passione, non come esercizio manieristico o per portare a casa il risultato. King mi ha dato soddisfazione in questo.

In milletrecentoquindici pagine le cose scritte sono tante e mi hanno portato ad alcune riflessioni su argomenti diversi:

PAURA: come si evince già dopo le prime pagine, IT assume la forma delle paure più antiche ed elementari di chi viene aggredito. Proprio perché si tratta delle paure di altri, non le ho trovate così impressionanti. Le pagine che ho fatto più fatica a leggere sono state piuttosto quelle delle violenze reali, in primis quelle di Tom, marito di Beverly. Il rapporto tra Tom e Bev mi ha fatto gelare il sangue, nelle sue disumane crudeltà e normalità. Un ottimo trattato sulla violenza sulle donne – volendo – sia fisica che psicologica.

AMICIZIA: il circolo dei Perdenti è quello in cui tutti prima o poi ci siamo ritrovati. Un insieme di amici eterogeneo, isolato dall’esterno, unito dall’accettazione e comprensione, in cui ciascuno riveste un ruolo unico e fondamentale. Quando tutto e tutti ti girano le spalle, puoi sempre contare sui tuoi amici. Bill, Richie, Eddy, Ben, Stan, Bev e Mike sono sette ragazzini prima, sette adulti poi, che impariamo a conoscere ed amare capitolo dopo capitolo. I miei preferiti, che si sono contesi il podio durante la lettura, sono Ben, Richie ed Eddy. Il vecchio covone per tutto il libro, Eddy soprattutto nel finale.

Durante la lettura non ho potuto fare a meno di pensare ai ragazzini di Stranger Things, di Stand by me e dei Goonies e le facce di alcuni attori si sono proprio sovrapposte ai personaggi! A conferma che il mito dell’amicizia e dell’avventura è da sempre radicato in noi ragazzi anni Ottanta.

 

Attenzione, da qui in avanti ci sarà qualche SPOILER, non rovinatevi i colpi di scena se pensate di leggere il libro!

 

SESSO:  King inserisce a cadenza regolare scene di sesso e ammiccamenti sessuali, rigorosamente rivolti a un lettore maschio etero. Alcune le ho trovate ben descritte e funzionali alla trama, altre mi hanno lasciato molto perplessa, altre – soprattutto i capezzoli duri come chiodi di Bev – all’ennesima apparizione mi hanno anche stufato! Non so se sono io, ma li ho percepiti un po’ come un fanservice, della serie diamo il contentino al lettore per attizzarlo un po’ e farlo proseguire nella lettura. Sia chiaro, non sono contraria al sesso nei libri, anzi, ma è un elemento da dosare con maestria. La scena di sesso tra Bill e Bev in albergo l’ho trovata scritta benissimo: coinvolgente, originale e abbastanza realistica. Soprattutto funzionale alla trama e alla maggiore caratterizzazione dei personaggi.  Non mi ha convinto invece la soluzione trovata per ricompattare il gruppo di ragazzini perso nelle fogne dopo lo scontro finale con IT. Mi è sembrato forzato e anche se, probabilmente, l’intenzione dell’autore era quella di cementare ancora di più l’amore tra i ragazzi, a me è sembrato svilire il ruolo di Bev.

PERSONAGGI FEMMINILI: e qui mi chiedo, come viene rappresentato il femminile in It? Abbiamo tre personaggi principali: Beverly, Audra e It(! vi avevo avvertito dello spoiler), oltre a personaggi di contorno come l’amica di Beverly e la temibile madre di Eddy. Già scrivendo l’elenco mi rendo conto che questo immaginario femminile non mi ha entusiasmato… Sia Beverly sia Audra, nonostante le molte scelte coraggiose che fanno, hanno un fondo di debolezza che non me le fa amare. Esistono più in funzione delle loro relazioni che delle loro azioni e in un libro fatto di decisioni e atti definitivi questo le mette in secondo piano. L’idea poi di rappresentare il crudele It come femmina e madre l’ho trovato un coup de théatre potente come impatto ma disturbante: una forma aliena millenaria e pressochè immortale ha bisogno di un genere? Preferivo l’indeterminatezza dell’appellativo it, neutro, non classificabile e per questo ancora più spaventoso. Lo so, sono fastidiosamente femminista anche nel mio modo di leggere, portate pazienza 🙂

TARTARUGA: ci sono stati dei personaggi ricorrenti nel libro, tra allusioni e incursioni, che credevo avrebbero avuto un peso più determinante nella storia. Poi quando finalmente fanno la loro apparizione principale schiattano o si addormentano. Tipo la tartaruga appunto, o Tom che arriva a Derry e schiatta dopo aver minacciato di fare le peggio cose.

IL MALE: il male pervade la città di Derry, dove è ambientato il romanzo, riempie i vuoti lasciati dalla paura, dall’ignoranza, dall’egoismo. Il male si estende nella storia, si ripete ciclico e solo un sacrificio lo acquieta, fino al prossimo tributo di orrore. King aggiunge l’elemento magico, sovrannaturale, per descrivere un fenomeno che fa parte della nostra realtà. Il mondo dei grandi è corrotto, solo la fede di un animo ancora puro può sconfiggere il buio. E quando si cresce, mantenere questa fede, non lasciarsi sopraffare dalla natura crudele e malvagia dell’uomo, richiede un grosso sforzo che squassa la mente e lo spirito. Soli è impossibile vincere, possiamo provarci scegliendo di credere nell’amicizia.

CONCLUSIONI: It è molto distante dalle letture che faccio di solito e anche per questo motivo sono felice di averlo letto. Farlo con un gruppo di lettura, con delle scadenze programmate (che non ho molto rispettato), l’ha reso un’avventura ancora più piacevole e ricca. King ha confermato la sua fama di re della scrittura e penso che leggerò altri suoi libri, anche se credo che questo sia uno dei suoi capolavori, un intero mondo ricco di personaggi e di storie, mai banali e rese con un grande senso del ritmo. E voi, avete già fatto conoscenza del re?

 

…ogni credenza ha il suo rovescio. Se ci sono diecimila contadini medievali capaci di far esistere i vampiri con la forza della loro credulità, può essercene sempre uno, e probabilmente bambino, capace di immaginare il piolo con cui ucciderli. Ma un piolo non è che uno stupido pezzo di legno. La mente è invece la mazza con cui conficcarlo nel cuore.

 

N.B. Se volete leggere una recensione molto bella del libro, in cui sono riportati tutti i passi che mi ero sottolineata anche io e che approfondisce molti aspetti che io ho trascurato, vi consiglio di leggere qui.

Arrendersi all’età adulta e scoprire che è anche bellissimo.

paesaggi toscani Volterra

In queste settimane ho pensato tanto. Mi sono trovata di fronte a situazioni – contingenti ed emotive – che mi hanno costretto a fare bilanci estemporanei di vita, senza nemmeno aspettare la normale scadenza di fine anno, quando tutto è più semplice, inebriati dall’alcol e dagli zuccheri festivi.

Ho pensato tanto, ragionato, sentito con il cervello ma anche con il cuore e la pancia e il corpo. E tra le tante conclusioni a cui sono arrivata, mi sono resa conto di essere adulta.

E’ un piccolo trauma per chi, come noi generazione anni ottanta, è costretto in una continua rappresentazione di giovinezza, senza la possibilità sociale di crescere. L’età adulta è posticipata, spostata ogni decade sempre più avanti. Siamo tutti “ragazzi” ma abbiamo quasi quarantanni. Mi guardo allo specchio e non ci credo. Guardo i miei amici, cresciuti insieme a me, e li vedo uguali agli anni di università. Forse solo più consumati, più stanchi. Ma è il troppo lavoro, ci diciamo, e andiamo avanti. Lavoriamo troppo e quel poco che resta lo vogliamo vivere intensamente: sport, arte, viaggi, eventi. L’importante è non fermarsi. Chi si ferma è vecchio.

Ma non è così. L’inganno prima o poi si svela. Non capiamo più i veri giovani, i ragazzini. Il conto in farmacia sale, e non è per il mal di testa da dopo sbornia. La sera crolliamo esausti e non basta una buona notte di sonno per cancellare tutto. Cerchiamo conferme alla nostra giovinezza, ma sono sempre più scarse.

E allora? Possiamo consumarci nel mantenere un’età che più non ci appartiene, o rendere confortevole quella in cui abitiamo adesso. Esplorarla e apprezzarla. Smettere di mitizzare un passato che non era poi così favoloso e concentrarci su quello che siamo diventati. E se non ci piace, è solo colpa nostra. Forse è per quello che non vogliamo definirci adulti, perché non era come ce lo eravamo immaginati.

Per quanto mi riguarda è dura. Ma è bellissimo.